Lunedì 26 settembre 2022

La triste fine dei Bagni di Masino

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bagni di masino Passano gli anni, tanti, ma nessuna notizia arriva, da tempo, dalle terme della Val Masino. Chiuse nel febbraio 2015 dopo che la società che le gestiva dal 2009 (la Relais Bagni Masino) aveva passato la mano, anche a causa della fragilità del versante che incombeva sui Bagni.
Una risorsa inutilizzata che lascia davvero l’amaro in bocca. Soprattutto se si pensa che in questi ultimi 7 anni la tendenza turistica che va per la maggiore, anche in Italia, vede nelle SPA, terme, salute e benessere un trend che, pandemia a parte, cresce come non mai.
Basti pensare all’Alta Valtellina dove Bagni Vecchi e Nuovi ormai bagnano il naso in termini di indotto alla Ski Area.
Certo un impianto termale non è una struttura semplice e senza rischi. Bormio Terme, per esempio, ha registrato lustri di rossi in bilancio pagati a piè di pagina dagli enti pubblici, quindi dai cittadini, in cambio di prezzi “popolari” per l’utenza locale. Ora le cose sembrano (da poco) andar meglio, ma siamo distanti anni luce dalle terme che, pur chiamandosi “Bormio”, hanno sede in Vadidentro.
Anche Aquagranda a Livigno prima che entrasse nella gestione l’APT non aveva la fila di acquirenti fuori dalla porta. E resta comunque un flop per il Piccolo Tibet il fatto che una struttura di quel tipo e costi non abbia un gestore professionista del settore a farsene carico. Ma si sa che a Livigno possono permettersi questo e altro, grazie ai diritti speciali che incassa il Comune.
Budget che ovviamente non possono essere nelle disponibilità della Val Masino. E fa specie riflettere sul fatto che a Livigno l’acqua non sia termale, mentre ai Bagni di Masino sì, con tutto quanto ne consegue in termini di costi energetici. Anche se i rumors dei ben informati imputavano alla bassa portata della fonte termale del territorio, che ricordiamo ospita anche la Val di Mello, un problema dal unto di vita dell’offerta di servizi.
Sicuramente non si può non partire da quanto ci aveva raccontato l’ex gestore dopo la chiusura dell’attività per provare a ragionare sull’accaduto. Resta lampante l’incapacità del territorio di utilizzare e valorizzare quello che si è ricevuto in eredità.


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