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La galleria della Statale 36 da cui dipende la Valtellina: perché preoccupa così tanto

galleria della Statale 36

Galleria della Statale 36 – Una montagna che si muove lentamente, una galleria costruita in un versante instabile e un collegamento fondamentale per migliaia di persone. Il futuro della galleria Monte Piazzo, lungo la Statale 36, torna al centro dell’attenzione: nonostante i consistenti investimenti per la messa in sicurezza, resta aperta la questione di una soluzione definitiva per evitare il rischio di isolamento della Valtellina.

Galleria Monte Piazzo, il punto debole della Statale 36 che preoccupa la Valtellina

Per comprendere perché la galleria Monte Piazzo sulla Statale 36 susciti così tanta preoccupazione bisogna partire da un dato fondamentale: non si tratta semplicemente di un tunnel che necessita di manutenzione, ma di un’infrastruttura strategica realizzata in un territorio geologicamente complesso, dove il terreno continua a muoversi. Una situazione conosciuta da anni, che oggi assume un’importanza ancora maggiore per il futuro dei collegamenti tra la Valtellina, la provincia di Lecco e il resto della Lombardia.

La galleria si trova lungo la SS36 del Lago di Como e dello Spluga, nel tratto che costeggia l’Alto Lario e permette di raggiungere Colico e la Valtellina. È lunga circa 2,5 chilometri e rappresenta uno dei passaggi più delicati dell’intera arteria stradale. Ogni giorno questa infrastruttura viene utilizzata da automobilisti, lavoratori, mezzi commerciali e turisti diretti verso le località della provincia di Sondrio. Durante i fine settimana e nei periodi di maggiore afflusso turistico, il traffico aumenta sensibilmente, rendendo ancora più evidente quanto questo collegamento sia importante per l’economia locale.

Il problema principale riguarda il Monte Legnoncino, il cui versante è interessato da un fenomeno di deformazione gravitativa profonda. In termini semplici, una vasta porzione della montagna subisce movimenti estremamente lenti ma persistenti, che possono esercitare pressioni sulle infrastrutture presenti. Non siamo quindi di fronte a una frana improvvisa nel senso tradizionale del termine, bensì a un fenomeno geologico esteso, che evolve nel tempo e richiede controlli costanti.

Secondo i dati del monitoraggio del dissesto Garavina-Monte Piazzo, gli spostamenti rilevati sul versante sono nell’ordine di 2-3 centimetri all’anno, con variazioni legate anche alle condizioni meteorologiche. Una velocità che potrebbe sembrare trascurabile, ma che assume un significato completamente diverso quando coinvolge una struttura rigida come una galleria stradale. Le deformazioni del terreno possono infatti produrre sollecitazioni sui rivestimenti, rendendo necessari interventi di consolidamento e un’attenta sorveglianza delle condizioni dell’opera.

Negli anni sono stati realizzati diversi interventi per contenere gli effetti del movimento franoso. Il punto, tuttavia, è che rafforzare la galleria non significa arrestare il movimento della montagna. Questa distinzione è essenziale per capire la preoccupazione delle istituzioni e dei territori interessati.

La questione è tornata di attualità anche nell’ottobre 2026, con iniziative parlamentari che chiedono chiarimenti sulle prospettive dell’infrastruttura e sull’individuazione di un percorso alternativo. La preoccupazione non riguarda soltanto la sicurezza della circolazione, ma soprattutto la possibilità che, in futuro, il collegamento debba affrontare limitazioni importanti o interruzioni prolungate.

Per la Valtellina, la galleria Monte Piazzo non è dunque soltanto un’opera stradale: è uno dei punti da cui dipende l’accessibilità dell’intero territorio.

Una galleria della statale 36 rinnovata con 77 milioni di euro, ma la montagna continua a muoversi

Il secondo elemento che spiega le preoccupazioni riguarda la differenza tra mettere in sicurezza un’infrastruttura esistente e risolvere definitivamente il problema geologico che la interessa. Nel caso della galleria Monte Piazzo, questa distinzione è particolarmente importante perché gli interventi realizzati negli ultimi anni hanno migliorato sensibilmente le condizioni strutturali del tunnel, senza però eliminare il movimento del versante del Monte Legnoncino. Si tratta di una criticità con cui i tecnici devono confrontarsi da decenni: i primi segnali di deformazione della galleria risalgono infatti al 1986, mentre le intense precipitazioni e gli eventi alluvionali del 2000 e del 2001 contribuirono ad aggravare le condizioni dell’infrastruttura, rendendo necessari interventi di consolidamento.

Nel 2013 Anas aveva già investito circa 41 milioni di euro per rafforzare le porzioni più compromesse. Successivamente è stato avviato un nuovo programma di lavori, collegato anche agli investimenti infrastrutturali per le Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026, con un impegno economico complessivo di circa 77 milioni di euro. L’intervento ha riguardato il rifacimento dei rivestimenti, il rafforzamento delle strutture in calcestruzzo armato, il miglioramento dei sistemi di drenaggio e impermeabilizzazione e l’ammodernamento degli impianti tecnologici. Un’operazione molto più estesa di una normale manutenzione, progettata per aumentare la capacità della galleria di resistere alle sollecitazioni esercitate dal terreno.

Una delle innovazioni più significative è rappresentata dal sistema di monitoraggio permanente, attraverso il quale sarà possibile controllare gli spostamenti del versante, le deformazioni della struttura e le tensioni che interessano i rivestimenti. Queste informazioni permettono ai tecnici di individuare eventuali anomalie e programmare interventi mirati, riducendo il rischio di trovarsi impreparati di fronte all’evoluzione del fenomeno geologico.

A suscitare particolare attenzione è stata però la questione della vita utile stimata in circa 15 anni per la galleria dopo il consolidamento. Questo dato è stato talvolta interpretato come una scadenza oltre la quale il tunnel dovrebbe necessariamente chiudere. In realtà, Anas ha chiarito che si tratta di un parametro progettuale e non di una data automatica di cessazione dell’esercizio. La durata effettiva dell’infrastruttura dipenderà dalle condizioni rilevate, dall’evoluzione del movimento franoso e dagli interventi manutentivi che potranno rendersi necessari.

Resta comunque una considerazione fondamentale: la galleria è stata rafforzata, ma continua a trovarsi all’interno di un contesto geologico instabile. Per questo gli investimenti effettuati, pur rappresentando un importante miglioramento per la sicurezza, non cancellano la necessità di pianificare il futuro della Statale 36. È proprio la prospettiva di dover continuare a intervenire su una struttura sottoposta a sollecitazioni naturali persistenti a rendere indispensabile una riflessione su un tracciato alternativo.

Perché un’eventuale chiusura della Monte Piazzo sarebbe un problema per tutta la Valtellina

Il timore più grande non riguarda esclusivamente la galleria in sé, ma le conseguenze che un’eventuale interruzione prolungata della Statale 36 potrebbe provocare sull’intera provincia di Sondrio. La Valtellina è un territorio montano che, per ragioni geografiche, dispone di collegamenti stradali meno numerosi rispetto alle aree pianeggianti della Lombardia. La SS36 costituisce il principale asse veloce di accesso da Milano, Monza e Lecco verso Colico, da dove i flussi di traffico proseguono verso la Valtellina attraverso la Statale 38 e verso la Valchiavenna attraverso la Statale 36.

Questo significa che la funzionalità della galleria Monte Piazzo ha un’importanza economica e sociale che supera ampiamente i confini del territorio in cui si trova. Una chiusura significativa potrebbe obbligare automobilisti e autotrasportatori a utilizzare percorsi alternativi meno diretti e con capacità di traffico inferiori, causando rallentamenti, allungamenti dei tempi di percorrenza e difficoltà nella gestione degli spostamenti quotidiani. Non si tratterebbe necessariamente di un isolamento totale della provincia, perché esistono altri collegamenti, ma di una riduzione molto rilevante dell’accessibilità stradale.

Le conseguenze interesserebbero innanzitutto i pendolari e le persone che si spostano per motivi di lavoro, studio o salute. Ma a risentirne sarebbero anche le aziende che dipendono dal trasporto delle merci, dalla puntualità delle consegne e dai collegamenti con i principali mercati lombardi. Per molte attività produttive, infatti, la possibilità di raggiungere rapidamente la Brianza e l’area metropolitana milanese rappresenta una condizione essenziale per mantenere competitività e continuità operativa.

Un altro settore particolarmente esposto sarebbe quello del turismo valtellinese, che comprende destinazioni molto frequentate come Bormio, Livigno, Tirano, Aprica e le località sciistiche e naturalistiche dell’intera valle. Durante l’inverno, così come nei mesi estivi, una parte importante dei visitatori raggiunge queste destinazioni in automobile. Difficoltà persistenti lungo la SS36 potrebbero influenzare le scelte di viaggio, aumentare i tempi di accesso e penalizzare strutture ricettive, ristoranti, esercizi commerciali e servizi turistici.

Anche la Valchiavenna e l’Alto Lago sarebbero coinvolti, perché il sistema della mobilità locale è strettamente interconnesso. Un problema sulla Monte Piazzo rischierebbe quindi di produrre effetti a catena su una rete stradale già sottoposta a forti pressioni nei periodi di maggiore traffico.

La vera preoccupazione è che un territorio economicamente dinamico continui a dipendere da un passaggio infrastrutturale difficile da sostituire. Per questo la ricerca di una soluzione duratura non viene considerata soltanto una questione di manutenzione stradale, ma una scelta strategica per la mobilità e lo sviluppo futuro della provincia di Sondrio.

La possibile nuova galleria e le soluzioni allo studio per il futuro della SS36

Di fronte a una criticità strutturale destinata a richiedere attenzione anche nei prossimi anni, il dibattito si concentra sempre più sulla possibilità di realizzare una variante della Statale 36 capace di aggirare il settore instabile del Monte Legnoncino. L’obiettivo sarebbe ridurre la dipendenza dall’attuale galleria Monte Piazzo, individuando un percorso che garantisca maggiore affidabilità nel lungo periodo. Non si tratta però di un intervento semplice: la conformazione montuosa del territorio, la vicinanza al Lago di Como e la presenza di un fenomeno franoso di grandi dimensioni rendono complessa la scelta del tracciato.

Nel corso del 2026 Anas ha comunicato di aver affidato uno studio di fattibilità per valutare le possibili alternative. Le principali ipotesi riguardano due scenari differenti. Il primo prevede una variante relativamente circoscritta, con una nuova galleria spostata all’esterno della porzione più attiva del corpo franoso. Il secondo contempla invece un tracciato più esteso, che potrebbe coinvolgere anche l’area della galleria di Dervio e consentire di aggirare in maniera più completa il versante interessato dalla deformazione gravitativa.

Le differenze tra queste soluzioni sono significative non soltanto dal punto di vista tecnico, ma anche economico. Le valutazioni preliminari illustrate nel settembre 2026 hanno ipotizzato un costo indicativo di 600-700 milioni di euro per una variante di 3-4 chilometri, mentre un’alternativa più ampia, lunga circa dieci chilometri, potrebbe richiedere oltre 1,5 miliardi di euro. Sono cifre ancora orientative, che dovranno essere approfondite attraverso gli studi progettuali, le indagini geologiche e le successive valutazioni tecniche.

A ottobre 2026 non risulta ancora individuato un tracciato definitivo. Le prime proposte progettuali potrebbero arrivare entro la fine dell’anno, ma questa prospettiva non rappresenta una scadenza vincolante. Dopo la scelta della soluzione più adatta, infatti, dovranno essere affrontati ulteriori passaggi, tra cui la progettazione, le autorizzazioni, il reperimento dei finanziamenti e la realizzazione vera e propria dell’opera.

È proprio il fattore tempo a preoccupare maggiormente amministratori e rappresentanti del territorio. Una nuova infrastruttura di queste dimensioni richiede anni di programmazione e costruzione, mentre l’attuale galleria continuerà a necessitare di monitoraggio e manutenzione. Per questo diventa importante avviare il percorso progettuale prima che eventuali nuove criticità impongano decisioni in condizioni di emergenza.

La questione è arrivata anche all’attenzione parlamentare, con richieste di chiarimenti al Governo sulle prospettive della galleria e sui tempi necessari per individuare una soluzione strutturale. Il tema centrale resta quindi quello della programmazione: garantire oggi la sicurezza della Monte Piazzo, ma contemporaneamente costruire le condizioni affinché la Valtellina possa disporre, in futuro, di un collegamento stradale meno vulnerabile.

La galleria Monte Piazzo non ha una data certa di chiusura e gli interventi realizzati hanno migliorato le condizioni di sicurezza. Tuttavia, il movimento della montagna non si è fermato e la necessità di trovare un’alternativa rimane concreta. La sfida sarà trasformare gli studi in un progetto finanziato e realizzabile, evitando che una delle principali vie di accesso alla Valtellina continui a dipendere, nel lungo periodo, da un versante geologicamente instabile.

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