24 aprile 1945: Sernio bruciato dai fascisti per rappresaglia

Il 24 aprile 1945 il paese di Sernio venne incendiato da un manipolo di fascisti arrivati da Tirano. Erano le 10 del mattino. La prima casa ad essere incendiata fu quella di Erminia Patroni, poi toccò alla località Valchiosa, a cominciare dalla locanda gestita da Alessio Tampalini e Alice Bettini e in breve tutta la contrada andò in fiamme. Quindi fu la volta delle località Gulpat e Contrada di sotto. I fascisti proseguirono la loro brutale azione salendo lungo via Strencia. Ovunque esplodevano bombe incendiarie, fino al centro del paese. Biolo, la contrada più in alto, fu risparmiata. Tutta la valle si riempì di fumo, la colonna di fumo fu avvistata anche Bormio. Alla fine si contarono 80 case distrutte, Caterina Garbellini di Sernio e Giuseppe Panizza di Cologna, che persero la vita, sono ricordati con la lapide sulla facciata del Comune. Una terza persona morì una decina di giorni dopo a causa di un’ernia, conseguenza dello sforzo fatto per mettere al sicuro l’anziano padre, molto pesante. Ma questo decesso non è mai stato collegato all’incendio. Gli anziani di Sernio conservano ancora un lucido tristissimo ricordo di quella giornata che però si è andato via via affievolendo nelle generazioni successive.
Perché quella mattina a Sernio si materializzarono un’ottantina di militi provenienti da Tirano per eseguire la feroce rappresaglia?
Tre sono gli eventi concatenati da prendere in considerazione: l’uccisione di 5 militi fascisti nel corso di un’imboscata tesa il 24 aprile, alle ore 7, da un gruppo di partigiani della brigata autonoma Gufi; l’eccidio di Vervio del 3 febbraio 1945 quando 5 partigiani della brigata Gufi, catturati in una casa di Vervio da un reparto della Divisione Tagliamento in seguito ad una delazione, vennero ferocemente torturati, seviziati, e fucilati. Quella giornata restò impressa nella memoria degli appartenenti alla brigata partigiana Gufi; infine la clamorosa sconfitta subita il 3 febbraio a Grosio dai fascisti della Divisione Tagliamento, in quella occasione affiancati dalla Divisione Monterosa, complessivamente qualche centinaio di uomini, nel corso di un tentativo di rastrellamento in Valgrosina.
Il 24 aprile, alle 7 del mattino, a Sernio, in località Valchiosa, un commando di partigiani della brigata Gufi tese una imboscata a 5 militi fascisti provenienti da Mazzo, impegnati nel pattugliamento della statale. L’imboscata non lasciò loro scampo, tutti e 5 furono uccisi. La notizia giunse a Tirano in un baleno e immediatamente i fascisti organizzarono la rappresaglia. Arrivati sul posto, il comandante chiese ad alcune donne di ricomporre e lavare i corpi, poi diede loro un tempo per salire in paese con il messaggio “i responsabili si consegnino. Le donne, non sapendo che fare, informarono don Pio, il parroco, il quale si precipitò in Valchiosa offrendosi come ostaggio. Ma questo non bastò. Seguì immediata la rappresaglia. I nazifascisti, in verità, pubblicizzavano le loro feroci regole di guerra che prevedevano la rappresaglia sui civili in determinate circostanze. Ma c’è una bella differenza tra l’imboscata, che è una delle regole della guerra, e la rappresaglia sulla popolazione civile che è sempre un crimine. Ricostruzioni di parte fascista spostano addirittura al pomeriggio l’agguato e riferiscono che i 5 furono trovati in una cantina con mutilazioni (testicoli in bocca). Versioni smentite dalle testimonianze dirette. Il secondo drammatico evento da considerare fu l’eccidio di Vervio, avvenuto il 3 febbraio del 1945, quando 5 partigiani della Gufi vennero catturati da uomini della Divisione Tagliamento, specializzata in rappresaglie e azioni antiguerriglia, in una casa di Vervio in seguito a delazione; vennero massacrati di botte, torturati ferocemente e poi fucilati, uno già morto, uno moribondo. Solo in tre riuscirono a scappare, il primo dei quali, Giuseppe Capetti, nome di battaglia “Rondine” sgusciò da una finestra e aiutò altri due compagni a sfuggire alla cattura. Benito Natale Garbellini di Sernio fu tra i partigiani uccisi. La brigata Gufi aveva base a Schiazzera e operava da Tirano a Mazzo, e godeva di una larga autonomia rispetto al Comando della Prima Divisione alpina partigiana, anche se c’erano già stati episodi di collaborazione. Ma che cosa può spiegare il trattamento barbaro e brutale applicato ai partigiani catturati a Vervio? La risposta sta nella rabbia dei fascisti per la sconfitta subita lo stesso 3 febbraio, di primo mattino, all’imbocco della Valgrosina, in località Baite di Ravoledo. Questo è il vero antefatto degli altri eventi concatenati dei quali l’incendio di Sernio fu l’epilogo. Alle prime ore dell’alba la Divisione Tagliamento assieme alla Divisione Monterosa tentarono una vasta operazione di rastrellamento in Valgrosina. L’ipotesi del ridotto valtellinese era ancora tutta in piedi. Nel rastrellamento furono impiegati centinaia di uomini che furono però avvistati dalle postazioni partigiane avanzate mentre salivano dalle selve del Dom. Ci fu una concitata riunione del Comando partigiano. Che fare? Considerata la disparità di forze e armamento, qualcuno propose di svalicare in Svizzera. Il comandante Ettore, Guglielmo e altri proposero invece di attaccare contando su due fattori: la sorpresa e la conoscenza del territorio. Nel frattempo quelli della Monterosa, avevano installato una mitraglia Fiat pesante e rafforzato la postazione a una decina di metri della forra del Roasco, in località Baite. La decisione presa dal Comando partigiano fu di attaccare. Otto partigiani, suddivisi in due gruppi di 4, in tenuta d’assalto scesero nella forra del Roasco, lungo un sentiero che sbucava a pochissimi metri dalla postazione della mitraglia; tutto il resto delle forze partigiane, compresi gli addetti ai servizi, furono disposti su una linea che partendo dal Piaz de l’Asen copriva tutto il lato nord di Grosio. Al segnale convenuto tutti gli uomini in linea cominciarono a sparare, cambiando spesso posizione per sembrare più di quanti non fossero, mentre il gruppo d’assalto balzò sulla postazione della mitraglia. Il disorientamento dei fascisti fu totale. Il dietro front dei militi fu rapidissimo, si riversarono precipitosamente giù per il pendio che avevano appena salito, abbandonando molte armi, tra cui la preziosa mitragliatrice che fu subito recuperata dai partigiani. Possiamo quindi immaginarci quali e quante domande siano state fatte ai 5 prigionieri di Vervio per conoscere la consistenza delle forze partigiane in Valgrosina, informazioni che non ottennero. L’imboscata in Valchiosa del 24 aprile fu quindi la risposta dei Gufi allo scempio di Vervio. In effetti quella azione non aveva nessuna utilità militare. L’esito della guerra era ormai scontato. Era questione di giorni. Una domanda che è legittimo porsi: l’imboscata fu organizzata con il consenso dei comandi di brigata e di Divisione? Un partigiano della Gufi ha affermato, in una testimonianza scritta, che l’azione non fu organizzata da Fumagalli, capo dei Gufi, ma da uno dei suoi capi squadra più determinati proprio per vendicare i compagni massacrati a Vervio. Il Comando di Divisione non poteva averla autorizzata proprio per le ragioni di prudenza che dovevano regolare le azioni belliche. Lo stesso capitano Motta era più propenso alle tregue che agli scontri. In effetti l’utilità militare dell’agguato fu pari a zero. Quindi Fumagalli non lo sapeva, il comando di Divisione anche. Allora come deve essere considerata l’azione dei Gufi? Fu una iniziativa sconsiderata? Il fatto che abbiano aspettato fino al 24 aprile lascia in realtà supporre che si siano posti il problema, ma che abbiano ritenuto i fascisti non più in grado di reagire. Se questo fu il calcolo, fu un calcolo sbagliato. Come sempre in guerra i fatti sono concatenati uno all’altro e possono fare imboccare direzioni impreviste in funzione di eventi apparentemente distinti e distanti spazialmente e temporalmente.

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