Frana Val Pola
“Ma non è possibile, è incredibile, non può esistere una frana di tali dimensioni, siamo testimoni di un evento geologico straordinario, più unico che raro nella vita professionale di un geologo”. Professor Carrara, domenica 28 luglio 1987.
Sabato 25 luglio 1987: l’allarme Val Pola scatta ufficialmente.
Quando in Valtellina si cerca di tornare alla normalità dopo giorni di alluvioni e tragedie, il 25 luglio avviene una scoperta.
La Valdisotto, una delle aree più colpite dall’alluvione e geologicamente fragile, viene esaminata.
Prima della frana, il versante era solcato dal torrente Pola, che scendeva dalle pendici del Monte Zandila.
Questo torrente, solitamente poco rilevante, diventava pericolosamente grande con la fusione delle nevi e le piogge, scavando sempre più il suo alveo e portando spesso detriti a valle.
La scoperta della frattura, avvenuta per caso, fu fatta dal Dottor Traversi e Adriano Greco, durante un rilievo a “Boc” (2050 m).
Qui incontrarono una guardia parco che riferì di essere scappata da una scarica di detriti sotto il Monte Zandila. Traversi e Greco decisero di investigare e trovarono qualcosa di sorprendente: Adriano notò che la terra nella frattura era asciutta, a differenza del terreno circostante.
“Questo è un nuovo Vajont” esclamò Greco.
Seguendo la linea di fratturazione, che in alcuni punti era larga anche 20 metri, raggiunsero quota 2350 metri.
Compresero immediatamente la gravità della situazione e chiamarono un elicottero da Bormio, che portò altre tre guide alpine, colleghi di Adriano.
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Trascorsero alcune ore cercando di delineare la frattura.
Nel tardo pomeriggio, il geologo Traversi non aveva più dubbi: la situazione era di estrema urgenza.
La frattura si sviluppava linearmente per oltre un chilometro, a un’altitudine variabile tra i 2.000 e i 2300 metri, con continue scariche di detriti e boati.
Tornati a Bormio, inviarono una relazione al prefetto di Sondrio via fax, attivando così l’allarme Val Pola.
Quella stessa sera, i militari illuminarono il versante con fari notturni, necessitando sorveglianza 24 ore su 24.
Domenica 26 luglio la frattura si ampliò ulteriormente, visibile ad occhio nudo.
Grossi diedri affiorarono a quota 1600/1700 metri, probabilmente il piede della frana, da cui partirono diverse scariche di rocce fino al piano di Sant’Antonio Morignone.
Si osservava chiaramente l’acqua dei torrenti entrare nel terreno e riemergere più a valle.
Geologi sorvolarono la frattura in elicottero e, dato il poco tempo a disposizione, fu ordinato lo sgombero di tutti gli abitati sottostanti, inclusi quelli inizialmente esclusi come Aquilone, decisione che si rivelò purtroppo errata.
La mattina del 28 luglio, alle 7:23, un soldato che si trovava appostato insieme ai colleghi sull’altro versante urla ai compagni: “gli alberi si muovono!”
Passano pochi istanti, e appena realizzano che tutto sta crollando davanti a loro, si voltano e iniziano a correre verso monte.
I loro racconti sembrano scene di un film apocalittico.
“Ci siamo ritrovati in mezzo ad una nube di polvere, avevamo sassi e rocce che ci passavano sopra le teste, per un attimo lo spostamento d’aria ci ha tolto il respiro, abbiamo temuto di morire, possiamo dire di essere miracolati. Nel giro di qualche minuto, dopo che la nube si abbassò, non avevamo dubbi, avvertiamo subito il prefetto, vediamo chiaramente che l’abitato di Morignone non esiste più, temiamo decine di morti in quanto c’erano operai che stavano cercando di ripristinare la strada statale 38 verso Bormio.”
Il Prefetto lo disse chiaramente al Primo Ministro: “qui in Valtellina ora è una catastrofe“.