Pedaggio Strada Statale 36 – Il vero punto debole percepito dagli automobilisti non è soltanto la presenza delle code, fenomeno inevitabile sulle grandi arterie stradali, ma la vulnerabilità dell’intero sistema quando qualcosa interrompe la normale fluidità della circolazione. La SS36 attraversa e collega territori nei quali le alternative non sono sempre semplici o equivalenti, soprattutto avvicinandosi all’area lecchese e proseguendo verso il lago. Questo significa che una difficoltà sulla statale può avere conseguenze anche sulla viabilità circostante. Nel 2026 il tema è stato particolarmente evidente anche a causa della presenza di diversi interventi infrastrutturali. Tra le opere che hanno interessato o interessano la SS36 figurano la messa in sicurezza della tratta Giussano-Civate, l’adeguamento del Ponte Manzoni di Lecco, il potenziamento degli svincoli di Piona e Dervio e interventi legati alle gallerie e alla sicurezza dell’infrastruttura. Sono lavori importanti, pensati per migliorare nel tempo sicurezza e capacità della strada, ma ogni automobilista conosce il paradosso delle grandi infrastrutture: per ottenere una strada migliore domani bisogna spesso convivere con qualche disagio oggi. E su una direttrice già fortemente utilizzata, anche una modifica apparentemente limitata può essere avvertita da migliaia di persone. Non è un dettaglio secondario considerando che, negli atti regionali relativi agli interventi sulla tratta Giussano-Civate, sono stati richiamati flussi veicolari prossimi alle 100 mila unità giornaliere. Un numero che permette di comprendere immediatamente perché la SS36 sia così delicata: quando un’arteria sostiene volumi di questo livello, ogni rallentamento può propagarsi rapidamente. Il problema, quindi, non dovrebbe essere raccontato soltanto attraverso la classica fotografia della fila di automobili. Dietro quella fila ci sono persone. C’è chi timbra il cartellino, chi deve prendere un treno, chi ha un appuntamento medico, chi deve recuperare un figlio, chi sta effettuando una consegna e chi semplicemente vorrebbe tornare a casa. Cinque minuti persi da una singola persona sembrano insignificanti. Moltiplicati per migliaia di utenti diventano invece un costo collettivo enorme, anche se difficile da inserire in un tariffario. È proprio questo il “pedaggio invisibile” della SS36: il valore del tempo sottratto a qualcos’altro. E mentre un pedaggio autostradale può essere previsto prima della partenza, quello delle code presenta una caratteristica decisamente più fastidiosa: spesso si scopre soltanto quando si accendono davanti a noi centinaia di luci rosse dei freni.
Il costo nascosto delle code: non soltanto benzina, ma tempo e stress
Quando si parla di traffico sulla SS36, ridurre tutto al consumo aggiuntivo di carburante sarebbe troppo semplice. Certamente procedere lentamente, fermarsi e ripartire non rappresenta la condizione ideale per consumi ed efficienza, ma il costo più interessante è quello che non compare sul display dell’automobile. È il tempo. Supponiamo che una persona perda anche soltanto venti minuti a causa di un rallentamento. Preso singolarmente, può sembrare un disagio sopportabile. Ma se quei venti minuti diventano frequenti, il conto cambia completamente. Venti minuti per cinque giorni significano un’ora e quaranta minuti in una settimana. Ripetendo la situazione per diverse settimane, si arriva rapidamente a molte ore trascorse semplicemente aspettando che la fila ricominci a muoversi. Ed è qui che la frase “il pedaggio della SS36 non si paga in soldi, ma in traffico e code” smette di essere soltanto una battuta e diventa una riflessione sulla mobilità quotidiana. Perché il tempo ha un valore economico, familiare e personale. Un professionista che arriva tardi perde produttività. Un’impresa che deve organizzare trasporti lungo una direttrice congestionata deve considerare margini maggiori. Un pendolare deve anticipare la partenza. Una famiglia che vuole trascorrere una giornata sul lago può ritrovarsi a dedicare una parte consistente della giornata all’automobile. E poi c’è lo stress, elemento difficilissimo da misurare ma immediatamente riconoscibile da chiunque abbia passato molto tempo in coda. La sequenza è sempre la stessa: si rallenta, ci si ferma, si riparte per cinquanta metri, ci si ferma nuovamente. Si controlla l’orologio. Poi il navigatore. Poi ancora l’orologio. La previsione di arrivo continua a spostarsi in avanti. Il vero lusso, sulla SS36 nelle giornate complicate, diventa sapere con certezza a che ora si arriverà. Naturalmente sarebbe sbagliato descrivere questa arteria esclusivamente come una strada permanentemente bloccata: la SS36 rimane un’infrastruttura essenziale che ogni giorno permette un numero enorme di spostamenti. Proprio per questo, però, le sue criticità hanno una risonanza così forte. Più una strada è importante, più ogni problema viene amplificato dal numero di persone coinvolte. La SS36 è vittima, in un certo senso, della propria centralità. Serve territori densamente abitati, attività produttive e destinazioni turistiche straordinarie. Il risultato è una domanda di mobilità elevatissima che deve convivere con un territorio complesso e con un’infrastruttura sulla quale sono necessari continui interventi di manutenzione, sicurezza e potenziamento.
Una SS36 più scorrevole non è un favore agli automobilisti, ma un investimento sul territorio
La soluzione non può essere semplicemente lamentarsi delle code. Sarebbe facile, ma poco utile. Il tema centrale è capire quanto una SS36 più affidabile, sicura e prevedibile rappresenti un vantaggio economico e sociale per tutto il territorio, non soltanto per chi guida. Gli interventi realizzati e programmati negli ultimi anni mostrano che il problema della capacità e della sicurezza dell’arteria è ben conosciuto. Il potenziamento del Ponte Manzoni, ad esempio, punta a migliorare la fluidità nell’area di Lecco attraverso una nuova configurazione dell’infrastruttura; allo stesso modo gli interventi sugli svincoli, sulle gallerie e sulla tratta Giussano-Civate mirano a rendere più sicura ed efficiente una direttrice fondamentale. Ma le opere fisiche rappresentano soltanto una parte della questione. Una mobilità moderna richiede anche informazioni tempestive, coordinamento dei cantieri, gestione intelligente dei flussi e valide alternative di trasporto. Quando lavori differenti insistono contemporaneamente su una stessa area, il coordinamento diventa fondamentale proprio perché la rete stradale è un sistema comunicante: chiudere o restringere una strada può spostare migliaia di veicoli su quella accanto. Nel territorio lecchese questo rapporto tra SS36 e viabilità alternativa è particolarmente evidente. Per questo ogni intervento dovrebbe essere valutato non soltanto sulla singola carreggiata interessata, ma considerando gli effetti sull’intera rete. E poi esiste un altro punto spesso dimenticato: ridurre le code significa restituire tempo alle persone. Non è uno slogan. Se un miglioramento infrastrutturale permette a migliaia di automobilisti di risparmiare anche pochi minuti ogni giorno, il beneficio cumulativo diventa enorme. Significa meno ore improduttive, maggiore affidabilità per le aziende, spostamenti turistici più semplici e una qualità della vita migliore per chi percorre quotidianamente questa strada. La SS36 non è soltanto asfalto. È una delle arterie attraverso cui si muove una parte importante della Lombardia settentrionale. E proprio per questo dovrebbe essere valutata con una prospettiva più ampia rispetto alla semplice domanda “c’è traffico oppure no?”. La domanda corretta è: quanto costa al territorio l’imprevedibilità degli spostamenti? È lì che si trova il vero valore di ogni intervento capace di rendere la circolazione più regolare.
Il vero casello della SS36 è una fila di luci rosse
Alla fine, chi percorre abitualmente la Strada Statale 36 probabilmente non ha bisogno di statistiche per comprendere il problema. Gli basta una scena: partire convinto di arrivare a una certa ora, imboccare la strada e, dopo qualche chilometro, vedere comparire davanti a sé una lunga fila di stop illuminati. È quello il casello simbolico della SS36. Nessuna barriera, nessun biglietto e nessun Telepass: soltanto il piede sul freno e l’orologio che continua a camminare. Naturalmente il traffico non può essere eliminato con una bacchetta magica. Un’arteria utilizzata da pendolari, imprese, residenti e turisti sarà inevitabilmente sottoposta a forti pressioni, soprattutto in determinate giornate e fasce orarie. Inoltre, gli interventi necessari a migliorare sicurezza e capacità possono produrre temporaneamente ulteriori disagi. Ma proprio per questo la sfida dovrebbe essere rendere la SS36 meno vulnerabile agli imprevisti e più affidabile nei tempi di percorrenza. Perché una strada efficiente non è necessariamente quella sulla quale si può correre più velocemente: è quella sulla quale si può programmare un viaggio sapendo, con ragionevole certezza, quando si arriverà. E per chi utilizza la SS36 per lavorare o spostarsi quotidianamente questa prevedibilità può valere più di qualche chilometro orario in più. Gli investimenti realizzati sulla direttrice, dal Ponte Manzoni agli svincoli fino alla messa in sicurezza di diversi tratti, vanno letti proprio in questa prospettiva: la SS36 non è una strada qualunque e non può essere trattata come tale. Collega Milano e la Brianza con Lecco, il lago e le direttrici alpine, sostiene attività economiche e turistiche e rappresenta per moltissime persone un pezzo inevitabile della quotidianità. Il suo funzionamento influenza quindi molto più del singolo viaggio in automobile. E fino a quando code e rallentamenti continueranno a incidere pesantemente sulla vita di chi la percorre, rimarrà valida quella battuta che fa sorridere soltanto chi non è fermo nel traffico: il pedaggio della Strada Statale 36 non è affatto economico. Non si paga in euro. Si paga in minuti, ore, traffico, stress e code. E, qualche volta, il conto è davvero salato.












