Territorio

Val Codera, il luogo senza strade dove sopravvivono antiche leggende

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Val Codera, il luogo senza strade dove il tempo sembra essersi fermato

A meno di due ore da Milano, almeno in automobile o in treno fino al fondovalle, comincia un viaggio che sembra portare molto più lontano. Per raggiungere Codera non basta infatti parcheggiare l’auto davanti alla piazza del paese: bisogna lasciarsi alle spalle la strada, imboccare una mulattiera e salire a piedi per circa due ore, affrontando tornanti e una lunga successione di gradini di pietra. È proprio questa assenza di una strada carrozzabile a rendere la Val Codera uno dei luoghi più singolari della Lombardia. Siamo nel territorio comunale di Novate Mezzola, in provincia di Sondrio, all’imbocco della Valchiavenna. Qui le automobili non arrivano e il paesaggio conserva qualcosa che altrove è quasi completamente scomparso: la sensazione di entrare in una valle alpina seguendo lo stesso ritmo lento con cui per secoli vi sono entrati e usciti i suoi abitanti. La Val Codera è aspra, verticale, dominata dalla pietra e dai boschi, ma sa anche diventare sorprendentemente dolce quando il sentiero raggiunge i piccoli nuclei abitati, i prati, gli orti e i terrazzamenti sostenuti dai muri a secco.

Luogo senza strade – Anche il nome della valle sembra raccontare questo rapporto quasi inevitabile con la roccia. Secondo una tradizione popolare, quando Dio ebbe terminato di creare il mondo si accorse che gli era avanzato un enorme mucchio di pietre. Decise allora di spargerle alla rinfusa e proprio da quelle rocce sarebbe nata la Val Codera. La leggenda trova una suggestiva corrispondenza nell’antica interpretazione del toponimo, ricondotto a “cotaria” e alla “cote”, cioè la pietra o il masso.

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Un’altra versione del racconto capovolge la storia: la valle sarebbe stata addirittura una delle prime opere del Creatore, realizzata quando non aveva ancora molta esperienza e per questo venuta fuori particolarmente ripida, selvaggia e difficile. Sono racconti che fanno sorridere, ma descrivono bene l’impressione che questo territorio continua a trasmettere. In Val Codera la pietra non è semplicemente parte del paesaggio: è il paesaggio. È nei gradini della mulattiera, nelle pareti delle montagne, nelle case, nei muri, nelle vecchie attività estrattive e persino nelle leggende.

Luogo senza strade – Per entrare nella valle il punto di riferimento è Novate Mezzola. Dalla zona di Mezzolpiano-Castello parte la storica mulattiera che sale verso Codera. Il primo tratto è quello che mette maggiormente alla prova le gambe: una successione di tornanti e gradoni guadagna rapidamente quota sopra il Lago di Mezzola. Il sentiero raggiunge Avedée, poi prosegue alternando tratti più dolci fino all’arrivo a Codera.

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Non si tratta di una passeggiata urbana e occorre affrontarla con calzature e preparazione adeguate, soprattutto considerando caldo, pioggia, neve o ghiaccio a seconda della stagione. Ma proprio durante la salita si comprende perché l’isolamento abbia segnato così profondamente la storia della valle. Ogni oggetto, materiale e provvista destinati ai borghi hanno dovuto fare i conti con una montagna senza strada. Arrivare a Codera, dunque, non significa soltanto raggiungere una destinazione: significa sperimentare fisicamente la distanza che per generazioni ha separato questa comunità dal fondovalle.

Codera: un borgo autentico tra orti, pietra e memoria della montagna

Luogo senza strade – Quando dopo la salita appare Codera, la sorpresa è notevole. Ci si potrebbe aspettare poche baite sparse e invece davanti agli occhi compare un vero paese di montagna, con case raccolte attorno alla chiesa, vicoli, fontane, edifici comunitari e un proprio cimitero. Alle spalle ci sono le montagne; più in basso, nelle aperture offerte dal paesaggio, lo sguardo torna verso il Lago di Mezzola. È questa contraddizione apparente a rendere Codera così affascinante: un borgo strutturato e ancora abitato stabilmente, ma privo della cosa che nel Novecento ha cambiato quasi ogni paese alpino, cioè una strada per le automobili. Qui la quotidianità continua necessariamente a confrontarsi con distanze, pendenze e logistica. Non è un villaggio ricostruito per i visitatori e non è una scenografia turistica. È il risultato di una comunità che, nonostante lo spopolamento della montagna, ha continuato a mantenere un legame concreto con il proprio territorio.

Luogo senza strade – Attorno alle case resistono prati, orti, coltivazioni e muri a secco, elementi che raccontano un’economia nella quale ogni piccolo spazio utilizzabile aveva valore. L’abbandono progressivo di molte zone alpine ha favorito negli ultimi decenni l’avanzamento del bosco e la perdita di superfici coltivate, ma in Val Codera associazioni, volontari e abitanti continuano a lavorare per conservare il paesaggio storico. Recuperare un muro, sfalciare un prato o coltivare un orto può sembrare un gesto minimo, ma in un luogo raggiungibile soltanto a piedi assume un significato diverso. Significa impedire che la memoria della valle venga inghiottita dalla vegetazione e mantenere leggibile quel rapporto secolare tra esseri umani e montagna.

Una delle tappe più interessanti per comprendere questa storia è il Museo Storico Etnografico Naturalistico della Val Codera, nato all’inizio degli anni Ottanta grazie all’Associazione Amici della Val Codera. Le sue raccolte permettono di scoprire oggetti domestici, strumenti legati all’agricoltura e all’artigianato, testimonianze dell’allevamento, della lavorazione delle fibre e della civiltà del castagno. Particolarmente interessante è anche la componente mineralogica: la valle custodisce infatti minerali che ricordano ancora una volta quanto la storia locale sia legata alla roccia. Il museo non è concentrato in un unico edificio, ma si articola tra Codera e San Giorgio, trasformando in qualche modo gli stessi borghi in un museo diffuso.

Eppure per comprendere davvero il fascino di questo luogo non basta osservare gli oggetti conservati nelle teche. Bisogna guardare le case, ascoltare l’acqua delle fontane, attraversare lentamente le contrade e immaginare cosa significasse vivere qui quando il collegamento con il fondovalle era ancora più difficile di oggi.

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La Val Codera conserva uno spaccato della vita alpina che altrove sopravvive soprattutto nei libri e nei musei. E forse proprio l’isolamento, insieme alla durezza dell’ambiente, ai lunghi inverni e alle notti nei boschi, aiuta anche a capire perché questa valle sia diventata terreno fertile per un patrimonio straordinario di racconti popolari. Perché in Val Codera, quando cala il sole, la pietra e gli alberi non raccontano soltanto la storia degli uomini. Raccontano anche quella delle loro paure.

Le leggende della Val Codera e il terribile Valfubia

La Val Codera è una terra di leggende, e molte hanno un carattere decisamente oscuro. Non è difficile comprenderne l’origine. Prima dell’illuminazione moderna, attraversare un bosco alpino durante la notte significava muoversi quasi completamente al buio, accompagnati dai rumori degli animali, dal vento, dallo scorrere dei torrenti e dagli scricchiolii della vegetazione. Bastava un’ombra insolita perché l’immaginazione facesse il resto. Generazioni di abitanti hanno tramandato storie di apparizioni, animali misteriosi, anime tormentate, streghe e presenze che seguivano i viandanti lungo i sentieri. Questi racconti non vanno letti soltanto come storie dell’orrore ante litteram. Erano anche strumenti attraverso cui una comunità spiegava l’inspiegabile, trasmetteva regole morali e insegnava a rispettare luoghi potenzialmente pericolosi.

Luogo senza strade – Fra tutte le figure del folklore locale, una delle più celebri è il Valfubia. La tradizione lo descrive come un uomo profondamente malvagio, capace di rubare perfino ai più poveri. Una delle sue vittime sarebbe stata una vedova con molti figli da mantenere. Una colpa particolarmente grave in una società nella quale la solidarietà tra famiglie poteva significare la differenza tra sopravvivere e non sopravvivere. Alla morte, per il Valfubia non sarebbe arrivato alcun riposo. Condannato a vagare durante la notte come un’anima in pena, avrebbe cominciato ad assumere forme diverse: un uccello rapace, un maiale, un’ombra sfuggente e impossibile da afferrare. A tradirne la presenza sarebbero state soprattutto le urla, lamenti inquietanti capaci di gelare il sangue a chiunque si trovasse a percorrere la valle dopo il tramonto.

Esisteva però, secondo la tradizione, un sistema per proteggersi: portare con sé un rosario. Il simbolo della preghiera sarebbe stato insopportabile per quell’anima malvagia e sufficiente a tenerla lontana. Dietro questa parte del racconto emerge chiaramente la funzione morale della leggenda. Il Valfubia rappresenta l’uomo che ha infranto le regole fondamentali della comunità e che, dopo la morte, continua a pagare per le proprie azioni. Alla sua avidità si contrappongono la fede, la solidarietà e il rispetto per i più deboli. Il mostro, insomma, non arriva da un mondo completamente estraneo: nasce da un comportamento umano portato alle estreme conseguenze.

Ma il Valfubia non sarebbe stato l’unico pericolo delle notti di Codera. Un’altra storia racconta di un misterioso uomo dei boschi che terrorizzava i viandanti e viveva nascosto in una grotta. Il suo abbigliamento appariva insolito rispetto a quello essenziale dei valligiani: giacca nera, pantaloni e stivali marroni. A volte nessuno riusciva a vederlo chiaramente. Si sentivano soltanto rami mossi intenzionalmente, rumori improvvisi e fruscii provenienti dall’oscurità. Secondo il racconto perfino i lupi sarebbero stati suoi compagni. La paura divenne così forte che, al sopraggiungere della sera, gli abitanti preferivano barricarsi nelle case. Finché gli uomini del paese decisero di organizzare una battuta nei boschi. Armati di lanterne e robusti bastoni di castagno, trovarono infine l’uomo misterioso e lo scaraventarono in un vallone. Non sarebbe più tornato. O almeno non fisicamente: durante i temporali, raccontavano gli anziani, dal dirupo continuavano a salire strani e flebili lamenti.

Le streghe di Cii: il libro nero, il sabba e una croce che spezza l’incantesimo

Tra le storie più affascinanti della valle c’è poi la leggenda delle streghe di Cii, un racconto nel quale compaiono molti elementi classici del folklore europeo legato alla stregoneria: unguenti misteriosi, formule magiche, voli notturni, un raduno segreto, il diavolo e soprattutto un grande libro sul quale vengono registrati i nomi degli adepti. Protagonista è un giovane di Codera fidanzato con una ragazza di Cii. Un giorno, mentre si dirige verso di lei, incontra una volpe dal comportamento insolito. Decide di seguirla e scopre che l’animale entra proprio nella casa della fidanzata. Incuriosito, il ragazzo osserva di nascosto ciò che accade all’interno e assiste a una scena che cambierà completamente la sua percezione della giovane e della sua famiglia.

La ragazza e sua madre si ungono tempie, polsi e caviglie con un misterioso preparato, quindi pronunciano una formula e scompaiono attraverso la cappa del camino. Il giovane, invece di fuggire, decide di imitarle. Ripete il rituale e improvvisamente si ritrova in un enorme salone gremito di persone. A presiedere l’incontro c’è un personaggio inquietante, caratterizzato secondo la leggenda da gambe caprine, intento a registrare i partecipanti sopra un grande libro. Quando arriva il suo turno, il ragazzo si trova però davanti a un problema molto semplice: non sa scrivere. Decide così di lasciare come proprio segno una croce.

Luogo senza strade – Ed è proprio la croce a spezzare l’incantesimo. Quel simbolo non appartiene al mondo nel quale il giovane è accidentalmente entrato e il risultato è immediato: il ragazzo si ritrova improvvisamente fuori dal raduno, nudo e con il misterioso libro nero ancora tra le mani, nei pressi della mulattiera che conduce a Codera. Durante il ritorno incontra due donne che, secondo il racconto, gli offrono alcuni indumenti in cambio di una promessa: cancellare dal libro i loro nomi. A quel punto ogni dubbio scompare. Quella sala era un ritrovo di streghe e stregoni e il personaggio dalle gambe caprine era il diavolo.

La leggenda prosegue conducendo il giovane fino al Vescovo di Como, al quale avrebbe consegnato il libro denunciando quanto accadeva nella valle. Il vescovo avrebbe quindi letto pubblicamente i nomi contenuti nel volume e, a ogni nome pronunciato, sarebbe apparsa prodigiosamente la persona corrispondente. Il finale, secondo la sensibilità crudele delle antiche storie di stregoneria, conduce alla cattura e al rogo dei presunti colpevoli. Naturalmente siamo nel territorio della tradizione orale e della leggenda, non della cronaca documentata, ma proprio questo rende il racconto interessante: nella storia delle streghe di Cii confluiscono paure religiose, credenze popolari e immagini diffuse per secoli in buona parte dell’Europa.

Perché visitare la Val Codera: una montagna che bisogna conquistare a piedi

Luogo senza strade – Oggi la Val Codera continua a esercitare un fascino particolare proprio perché raggiungerla richiede ancora un piccolo prezzo: bisogna camminare. Non esiste il finestrino dell’automobile dietro cui osservare distrattamente il paesaggio. Il passaggio dal fondovalle al borgo avviene gradualmente, un gradino dopo l’altro. La fatica diventa così parte integrante dell’esperienza. Durante la salita il rumore delle strade si allontana, il Lago di Mezzola appare sempre più in basso e la montagna prende lentamente il sopravvento. È un modo di viaggiare apparentemente anacronistico e proprio per questo prezioso.

Chi desidera organizzare un’escursione deve comunque ricordare che la Val Codera è montagna vera. Il sentiero di accesso è ripido e faticoso soprattutto nella prima parte e le condizioni possono cambiare notevolmente a seconda della stagione. In estate il caldo può rendere più impegnativa la salita; in inverno neve e ghiaccio richiedono particolare prudenza. Prima di partire è quindi sempre opportuno controllare lo stato dei sentieri e le condizioni meteorologiche. Inoltre, il celebre Sentiero del Tracciolino risulta attualmente chiuso per manutenzione: chi programma itinerari nella zona deve verificare gli aggiornamenti ufficiali prima dell’escursione.

Una volta raggiunta Codera, però, diventa facile capire perché questo luogo continui ad attirare escursionisti, appassionati di montagna e viaggiatori curiosi. Non ci sono soltanto panorami e sentieri. C’è un patrimonio culturale ancora profondamente legato al territorio, fatto di case di pietra, coltivazioni, castagneti, antichi mestieri, minerali, racconti e memoria collettiva. C’è soprattutto quella sensazione, sempre più rara, di trovarsi in un luogo che non ha dovuto trasformarsi completamente per diventare accessibile.

Forse è proprio per questo che le leggende della Val Codera sembrano ancora credibili quando vengono raccontate qui. Il Valfubia, l’uomo misterioso dei boschi e le streghe di Cii appartengono naturalmente al folklore, ma il paesaggio che li ha generati esiste ancora. Basta aspettare che le ombre si allunghino sui versanti, osservare i boschi diventare scuri e ascoltare il rumore del torrente per intuire come simili racconti abbiano potuto attraversare le generazioni.

Luogo senza strade

A poca distanza geografica dalla pianura lombarda e dal ritmo frenetico delle città esiste dunque una valle nella quale la strada finisce e il viaggio continua a piedi. Ed è forse questa la vera magia di Codera. Si arriva stanchi, dopo una lunga salita, convinti di aver raggiunto semplicemente un piccolo borgo alpino. Poi si scopre che dietro quelle case c’è un mondo intero, fatto di persone, pietre, boschi e storie.

In Val Codera è faticoso arrivare. Ma, una volta arrivati, può essere sorprendentemente difficile decidere di andare via.

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