Val Vedello uranio – Dopo più di quarant’anni di inattività , le miniere di uranio della Val Vedello, nel territorio di Piateda, in provincia di Sondrio, potrebbero tornare a essere esplorate. Un progetto che riaccende il dibattito sul futuro dell’energia nucleare in Italia, ma soprattutto solleva interrogativi sulla tutela dell’ambiente, sulla salute dei cittadini e sulla sicurezza di uno dei territori montani più delicati della Lombardia.
L’iniziativa, però, non riguarda soltanto il sottosuolo. La prospettiva di riaprire gallerie abbandonate da decenni ha suscitato preoccupazione tra i residenti, che chiedono informazioni dettagliate sui possibili effetti delle attività minerarie. Tra i temi più discussi figurano la presenza di radon, la qualità delle acque, la gestione dei materiali radioattivi e le conseguenze per l’ecosistema alpino.
La procedura di Valutazione di Impatto Ambientale è stata avviata il 14 luglio 2026 presso il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. I cittadini e gli enti interessati possono presentare osservazioni entro il 2 novembre 2026. Si tratta di una fase decisiva per valutare il progetto, prima di qualsiasi eventuale autorizzazione alle attività previste.
Dalle esplorazioni degli anni Settanta al nuovo progetto minerario
La storia delle miniere di uranio della Val Vedello comincia molto prima dell’attuale dibattito. Tra il 1975 e il 1983, Agip Mineraria realizzò circa 11 chilometri di gallerie sotterranee, dando vita a una delle più importanti campagne di ricerca dell’uranio mai condotte in Italia. L’obiettivo era individuare risorse minerarie che potessero contribuire allo sviluppo dell’energia nucleare nazionale, in un periodo in cui il Paese guardava con interesse alla possibilità di ridurre la propria dipendenza dalle importazioni energetiche. La zona, situata sulle Alpi Orobie valtellinesi, presentava caratteristiche geologiche particolarmente interessanti, tanto da giustificare importanti investimenti economici e la costruzione di infrastrutture in un ambiente montano difficile da raggiungere.
Le attività , tuttavia, non arrivarono mai alla fase di sfruttamento industriale del giacimento. Nel 1983 le ricerche vennero interrotte, lasciando sul territorio gallerie, accessi minerari e tracce delle strutture utilizzate dai lavoratori. La successiva evoluzione delle politiche energetiche italiane contribuì ad allontanare ulteriormente la prospettiva di un’attività estrattiva. Per oltre quattro decenni, la Val Vedello è rimasta quindi legata soprattutto al ricordo di quella stagione mineraria, mentre la natura ha progressivamente riconquistato gli spazi interessati dai vecchi cantieri.
La storia dei giacimenti di uranio in Val Vedello
Oggi lo scenario internazionale è profondamente cambiato. Le discussioni sulla sicurezza degli approvvigionamenti energetici, sulle materie prime strategiche e sul possibile ruolo del nucleare hanno riportato interesse verso giacimenti precedentemente abbandonati. Il progetto presentato per la Val Vedello prevede 156 carotaggi distribuiti su 60 piazzole, con circa 21 chilometri complessivi di perforazioni. Sono inoltre previsti l’utilizzo di cinque accessi minerari esistenti, il ripristino di una pista storica di circa 3,8 chilometri e l’allestimento di strutture temporanee per le attività di ricerca.
Questi interventi servirebbero a raccogliere informazioni aggiornate sulla composizione delle rocce, sulla distribuzione dell’uranio e sulle caratteristiche geologiche del sottosuolo. La presenza di un giacimento non significa automaticamente che la sua estrazione sia tecnicamente possibile, economicamente conveniente o ambientalmente autorizzabile. Proprio per questo, l’attuale progetto rappresenta una fase conoscitiva e non l’avvio di una miniera produttiva. Soltanto dopo eventuali risultati favorevoli e ulteriori autorizzazioni potrebbe essere valutata un’ipotesi di sfruttamento industriale, che richiederebbe comunque un procedimento distinto.
Salute e ambiente: perché la popolazione chiede garanzie
La possibilità di riprendere le attività minerarie ha suscitato interrogativi tra gli abitanti della Valtellina e delle aree limitrofe. La principale preoccupazione riguarda la compatibilità delle operazioni di ricerca dell’uranio con la tutela della salute pubblica e dell’ambiente montano. Il territorio interessato si trova infatti in un contesto naturalistico di particolare valore, vicino ad aree sottoposte a specifiche forme di protezione, tra cui il Parco delle Orobie Valtellinesi e siti della rete Natura 2000. Qualsiasi intervento deve quindi essere valutato non soltanto per i suoi effetti immediati, ma anche per le possibili conseguenze nel tempo.
Uno degli aspetti più delicati riguarda il radon, un gas radioattivo naturale che può essere presente nelle rocce contenenti uranio e accumularsi negli ambienti sotterranei scarsamente ventilati. La riapertura delle vecchie gallerie richiederebbe pertanto verifiche, sistemi di ventilazione adeguati e monitoraggi delle concentrazioni. Un altro elemento da approfondire è la qualità delle acque, soprattutto in relazione alla presenza di arsenico già segnalata nelle analisi del territorio. Stabilire l’origine delle sostanze rilevate e valutare le possibili interferenze delle attività minerarie è essenziale per distinguere le condizioni naturali del sito dagli eventuali effetti dei lavori.
Particolare attenzione deve essere dedicata anche alla gestione dei materiali contenenti radioattività naturale, alla stabilità delle gallerie e al possibile impatto delle perforazioni sugli ecosistemi. Le attività previste comporterebbero inoltre la movimentazione di mezzi e materiali lungo una viabilità montana che presenta caratteristiche molto diverse da quelle delle normali strade industriali. Rumore, traffico, sicurezza dei percorsi e interferenze con la fauna rappresentano ulteriori aspetti da esaminare.
Val Venina: un paradiso tra le montagne delle Orobie
Le preoccupazioni hanno portato a una mobilitazione locale. Centinaia di persone hanno partecipato a un’assemblea pubblica organizzata dall’amministrazione comunale di Piateda. Il sindaco Simone Marchesini ha annunciato l’intenzione di presentare osservazioni articolate su 17 macrotematiche, con l’obiettivo di ottenere chiarimenti documentati prima delle decisioni degli enti competenti.
Il punto centrale resta la necessità di una valutazione scientifica rigorosa. Non è corretto affermare che le attività provocheranno certamente danni ambientali, così come non sarebbe corretto garantire l’assenza di rischi prima della conclusione delle verifiche. La procedura ambientale serve proprio a esaminare questi aspetti e a stabilire se il progetto possa essere autorizzato e a quali condizioni.
Il futuro delle miniere di uranio in Val Vedello è ancora da decidere
Il ritorno dell’interesse per l’uranio in Val Vedello rappresenta un passaggio importante per la Valtellina e per il dibattito energetico italiano. Dopo oltre quarant’anni, un territorio che sembrava aver chiuso definitivamente la propria esperienza mineraria si trova nuovamente al centro di un progetto di esplorazione. Ma tra l’intenzione di studiare un giacimento e la possibilità di avviare un’attività estrattiva esiste una distanza significativa, fatta di verifiche tecniche, valutazioni economiche, autorizzazioni e confronti con le comunità locali.
Al 14 ottobre 2026, la procedura ministeriale risulta ancora nella fase di istruttoria tecnica della Valutazione di Impatto Ambientale. Non esiste quindi una decisione definitiva che autorizzi l’estrazione dell’uranio. La scadenza del 2 novembre 2026 per la presentazione delle osservazioni pubbliche costituisce un appuntamento importante per cittadini, amministrazioni e associazioni interessate.
Il confronto riguarda anche il rapporto tra le esigenze energetiche nazionali e la conservazione delle risorse naturali. Da un lato, la disponibilità di materie prime strategiche può assumere un ruolo rilevante nelle politiche industriali ed energetiche. Dall’altro, l’eventuale sfruttamento di un giacimento deve confrontarsi con costi, rischi, vincoli ambientali e caratteristiche del territorio. La presenza di uranio nel sottosuolo non costituisce, da sola, una ragione sufficiente per procedere alla sua estrazione.
Per la Val Vedello, la questione assume un significato particolare perché coinvolge una comunità che convive da decenni con l’eredità delle precedenti esplorazioni. Le vecchie gallerie testimoniano un passato industriale mai sfociato in una produzione commerciale, mentre il nuovo progetto apre interrogativi sul futuro della valle. Il confronto pubblico dovrà quindi basarsi su dati verificabili, informazioni accessibili e valutazioni indipendenti.
La domanda non è soltanto se sia possibile tornare a cercare uranio nelle montagne della Valtellina, ma a quali condizioni ciò possa avvenire senza compromettere la sicurezza delle persone e la tutela dell’ambiente. Saranno gli esiti delle valutazioni e le successive decisioni amministrative a determinare se il progetto potrà procedere.







