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Sci e montagna: il mito dell’effetto moltiplicatore dei finanziamenti agli impianti

Finanziamenti sci

Finanziamenti sci – Negli ultimi anni è tornato al centro del dibattito pubblico il ruolo economico dello sci nello sviluppo delle aree montane. Un recente studio citato da diverse fonti e commissionato da ANEF, l’associazione nazionale degli esercenti funiviari, descrive in termini estremamente positivi il cosiddetto “effetto moltiplicatore dello sci” sull’economia della montagna. Secondo questa narrazione, il sistema degli impianti di risalita e delle piste da sci non solo genererebbe ricchezza diretta, ma attiverebbe un circuito virtuoso capace di sostenere occupazione, servizi, turismo e sviluppo territoriale.

Tuttavia, osservando con maggiore attenzione i dati demografici e socioeconomici di molte vallate alpine lombarde, emerge una realtà piuttosto diversa. In molte aree montane si registra infatti un fenomeno persistente di spopolamento, riduzione della popolazione attiva e progressiva contrazione dei servizi locali. I giovani continuano a lasciare i territori montani in cerca di opportunità altrove, mentre scuole, negozi e presidi sanitari vengono progressivamente ridotti o chiusi.

Di fronte a questi dati, l’immagine proposta da alcune analisi sul sistema sciistico appare più simile a una brochure promozionale che a una reale analisi territoriale. Se davvero lo sci avesse un forte effetto moltiplicatore sull’economia locale, ci si aspetterebbe di osservare comunità più stabili, territori più dinamici e una maggiore resilienza sociale. Invece, in molte valli lombarde il quadro racconta un’altra storia.

Impianti chiusi, ma montagna aperta

Il contrasto tra narrazione e realtà diventa ancora più evidente guardando ai finanziamenti pubblici destinati al settore sciistico. Tra il 2020 e il 2025, ai comprensori sciistici lombardi sono stati destinati 258.773.795 euro di fondi pubblici. Una cifra estremamente significativa che dovrebbe, almeno teoricamente, produrre effetti tangibili sul territorio: crescita economica diffusa, nuovi posti di lavoro stabili, miglioramento dei servizi e maggiore attrattività per i residenti.

Ma se questo è davvero il moltiplicatore di cui si parla, sembra essere un moltiplicatore che aumenta il numero delle piste, degli impianti e degli investimenti infrastrutturali, piuttosto che quello degli abitanti, delle attività economiche diversificate o dei servizi destinati alle comunità locali.

Il rischio è che si continui a sostenere economicamente un modello di sviluppo fortemente concentrato su un’unica attività economica, trasformando intere vallate in territori dipendenti da una sola industria: quella dello sci alpino. Questo modello monoculturale può apparire redditizio nel breve periodo, ma nel lungo termine tende a rendere i territori più fragili, meno adattabili ai cambiamenti economici e climatici e più vulnerabili alle crisi.

Finanziamenti sci – In altre parole, anziché generare un reale effetto moltiplicatore territoriale, il sistema rischia di produrre un effetto opposto: una crescente dipendenza da investimenti pubblici e da un settore che, per sua natura, è sempre più esposto a condizioni ambientali instabili.

Per comprendere davvero il futuro delle montagne lombarde, diventa quindi fondamentale interrogarsi su una domanda spesso rimossa dal dibattito pubblico: lo sci è ancora il motore economico più sensato per lo sviluppo delle aree alpine?


Crisi climatica, quote neve e limiti del modello sciistico

Uno degli aspetti più sorprendenti nel dibattito sul futuro dello sci riguarda la quasi totale assenza del tema climatico in molte analisi promozionali del settore. Nel rapporto commissionato da ANEF, la crisi climatica appare infatti come il classico “convitato di pietra”: una presenza implicita, evidente a tutti, ma raramente affrontata in modo diretto.

Eppure il cambiamento climatico rappresenta oggi uno dei fattori più determinanti per il futuro dello sci alpino. Numerosi studi scientifici indicano come la quota minima considerata relativamente sicura per la pratica dello sci si collochi attorno ai 1700–1800 metri di altitudine. Al di sopra di questa soglia la probabilità di avere neve naturale sufficiente rimane ancora relativamente elevata, mentre al di sotto diventa sempre più incerta.

Questo dato è cruciale perché molti comprensori sciistici lombardi si trovano a quote medie inferiori a questa soglia critica. Ciò significa che la loro sopravvivenza economica dipende sempre più da sistemi di innevamento artificiale, infrastrutture costose che richiedono grandi quantità di energia, acqua e manutenzione.

Finanziamenti sci – Analizzando la distribuzione dei finanziamenti pubblici, emerge un altro elemento significativo: circa il 58% dei 258 milioni di euro investiti negli ultimi anni è stato destinato proprio a comprensori situati sotto i 1700–1800 metri di quota. In altre parole, una parte consistente delle risorse pubbliche viene utilizzata per sostenere infrastrutture turistiche collocate in aree climaticamente sempre meno adatte allo sci.

Questo pone una questione fondamentale di efficienza e lungimiranza nell’utilizzo delle risorse pubbliche. In un contesto di cambiamenti climatici sempre più evidenti, investire massicciamente in infrastrutture legate alla neve artificiale rischia di trasformarsi in una strategia economicamente fragile e ambientalmente discutibile.

Allo stesso tempo, queste risorse potrebbero essere impiegate per sostenere modelli di sviluppo montano più diversificati e resilienti, capaci di valorizzare il territorio durante tutto l’anno e non solo nella stagione sciistica. Turismo lento, agricoltura di montagna, valorizzazione del patrimonio culturale, attività outdoor non legate alla neve e nuove forme di economia locale rappresentano alcune delle possibili alternative.

Il problema, infatti, non è soltanto ambientale ma anche economico e sociale. Quando un territorio si struttura attorno a una sola attività dominante, ogni crisi di quel settore si trasforma automaticamente in una crisi dell’intera comunità locale.

Questo è il limite principale della cosiddetta “monocultura dello sci”: un sistema che tende a occupare gran parte delle risorse economiche, politiche e territoriali disponibili, rendendo difficile lo sviluppo di altre attività complementari.

Finanziamenti sci

Negli ultimi anni alcuni esempi dimostrano però che un’alternativa è possibile. Quando lo sci scompare o perde centralità, alcuni territori riescono a reinventare il proprio modello economico, sviluppando forme di turismo più diffuse, meno impattanti e più legate alle specificità locali.

Un caso emblematico è quello di Teglio, in Valtellina. Dopo la chiusura degli impianti sciistici, il territorio ha progressivamente valorizzato altre risorse: gastronomia, patrimonio culturale, paesaggio e turismo escursionistico. Oggi Teglio è conosciuta soprattutto per la sua tradizione culinaria, per i pizzoccheri e per la capacità di attrarre visitatori interessati a un’esperienza autentica della montagna.

Questo esempio mostra come la vera questione non sia più, in molti casi, trovare un’alternativa allo sci, ma piuttosto riconoscere che lo sci non rappresenta più sempre l’alternativa più sensata.

Il futuro delle montagne alpine richiede probabilmente un cambio di prospettiva: passare da un modello economico basato su un’unica attività dominante a un sistema più diversificato, adattabile e radicato nelle comunità locali.

Solo così sarà possibile affrontare davvero problemi strutturali come lo spopolamento, la perdita di servizi e il degrado socioculturale e ambientale, costruendo un futuro per la montagna che non dipenda esclusivamente dalla presenza della neve.

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