Le erbe del Braulio arrivano davvero tutte dalla Valtellina?
Quando si pensa al Braulio, l’immagine che viene immediatamente in mente è quella delle montagne dell’Alta Valtellina: pendii coperti di vegetazione alpina, sentieri in quota, aria pulita ed erbe spontanee che crescono tra boschi e rocce.
È un’immagine potente, perfettamente coerente con la storia di un amaro nato a Bormio e profondamente legato alla cultura botanica della montagna. Ma proprio qui nasce una domanda più che legittima: da dove arrivano davvero, oggi, le erbe officinali utilizzate per produrre il Braulio?
La questione diventa ancora più interessante quando si considera la scala raggiunta dal marchio. Già nel 2018, con l’ampliamento delle cantine di Bormio, si parlava di una capacità produttiva destinata ad arrivare a circa due milioni di bottiglie.
È quindi naturale domandarsi se una produzione di queste dimensioni possa essere alimentata esclusivamente dalla raccolta spontanea di erbe sulle montagne intorno a Bormio.
La risposta più corretta, almeno sulla base delle informazioni pubblicamente disponibili, è che non esiste una documentazione sufficientemente precisa per affermare che tutte le botaniche impiegate nella produzione attuale provengano esclusivamente dalla Valtellina.
Il liquore della Valtellina che sa di montagna
Quali sono le erbe utilizzate per produrre il Braulio?
Il produttore sottolinea con forza il legame del Braulio con la montagna e descrive il prodotto attraverso un immaginario strettamente collegato alle erbe, alle bacche e alle radici della tradizione alpina.
Tra le botaniche pubblicamente dichiarate figurano achillea moscata, assenzio, ginepro e genziana, mentre la composizione completa della ricetta rimane segreta.
Secondo diverse ricostruzioni legate alla storia del prodotto, la formula comprenderebbe complessivamente 13 erbe e piante officinali. La ricetta completa, tuttavia, è uno dei segreti custoditi dal marchio.
Una cosa è conoscere il nome delle piante utilizzate, però, e un’altra è conoscere la loro effettiva provenienza geografica.
Per poter affermare che tutte le erbe del Braulio arrivano dalla Valtellina bisognerebbe conoscere nel dettaglio le zone di raccolta, le quantità acquistate annualmente, gli eventuali fornitori, le coltivazioni utilizzate e la percentuale di materia prima realmente locale.
Queste informazioni non vengono normalmente comunicate al consumatore con un livello di dettaglio tale da ricostruire l’intera filiera botanica.
Origine del prodotto e origine degli ingredienti non sono la stessa cosa
È proprio questo il punto fondamentale per comprendere correttamente la questione: l’origine territoriale di un prodotto non coincide necessariamente con l’origine geografica di tutte le sue materie prime.
Che il Braulio sia profondamente legato a Bormio e alla Valtellina è fuori discussione. Qui nasce la sua storia, qui si sviluppa la tradizione che lo ha reso famoso e qui si trovano le celebri cantine nelle quali avviene una parte fondamentale del processo produttivo.
Tutto questo, però, non dimostra automaticamente che ogni chilogrammo di erbe, radici e bacche necessario alla produzione contemporanea venga raccolto esclusivamente sulle montagne valtellinesi.
Si tratta di due aspetti differenti, che spesso nella comunicazione commerciale finiscono per sovrapporsi nell’immaginario del consumatore.
Un prodotto può essere autenticamente legato a un territorio attraverso la sua storia, la ricetta, il metodo di lavorazione e il luogo di produzione, pur utilizzando alcune materie prime provenienti da altre zone.
Nel caso del Braulio, in assenza di informazioni pubbliche dettagliate sulla provenienza di ogni botanica, non è possibile stabilire con certezza quale percentuale delle erbe utilizzate sia effettivamente raccolta in Valtellina.
Milioni di bottiglie: la raccolta locale sarebbe sufficiente?
Per capire perché la domanda sulla provenienza delle erbe del Braulio sia tutt’altro che banale bisogna ragionare sulle dimensioni raggiunte dalla produzione.
L’immaginario tradizionale degli amari alpini nasce in un’epoca nella quale le quantità prodotte erano completamente diverse da quelle richieste oggi da un marchio distribuito su larga scala.
Alla fine dell’Ottocento un farmacista poteva effettivamente procurarsi una parte importante delle proprie erbe attraverso raccolte locali, piccoli fornitori e conoscitori del territorio.
Quando però un prodotto arriva a essere realizzato in quantità industriali, con una capacità nell’ordine di milioni di bottiglie, la filiera delle materie prime deve necessariamente garantire continuità , qualità e disponibilità nel corso del tempo.
Questo non significa automaticamente che le erbe del Braulio arrivino dall’estero. Non esistono informazioni pubbliche sufficientemente precise per sostenere una simile affermazione.
Significa, però, che l’immagine romantica secondo cui ogni pianta necessaria alla produzione sarebbe semplicemente raccolta spontaneamente nei dintorni di Bormio merita di essere analizzata con maggiore attenzione.
Una filiera botanica inevitabilmente complessa
Le botaniche utilizzate nella produzione degli amari possono provenire da filiere molto diverse.
Alcune piante possono essere raccolte spontaneamente, altre possono essere coltivate professionalmente, mentre determinate radici ed erbe possono essere acquistate attraverso fornitori specializzati capaci di garantire quantità costanti e caratteristiche qualitative precise.
Nel settore liquoristico è del tutto normale che la ricetta e il luogo di produzione siano strettamente legati a un territorio, mentre alcune materie prime possono avere origini geografiche differenti.
Nel caso specifico del Braulio, tuttavia, sarebbe scorretto indicare un Paese, una regione o un fornitore preciso senza una conferma ufficiale.
Non sappiamo pubblicamente, per esempio, quale percentuale dell’assenzio utilizzato sia valtellinese, da dove provengano esattamente le radici di genziana impiegate nella produzione o se tutto il ginepro necessario venga effettivamente raccolto localmente.
Allo stesso modo, non conosciamo la provenienza geografica precisa delle altre botaniche che fanno parte della ricetta segreta.
Una pianta alpina non è necessariamente una pianta raccolta a Bormio
Esiste inoltre una differenza importante tra dire che una determinata pianta cresce sulle Alpi e affermare che la specifica materia prima impiegata nella produzione commerciale del Braulio sia stata effettivamente raccolta in Valtellina.
Sono due affermazioni completamente diverse.
La genziana, il ginepro e l’assenzio, per esempio, non sono botaniche presenti esclusivamente nel territorio di Bormio. Possono crescere o essere coltivate in aree geografiche molto più ampie.
Il fatto che una ricetta sia nata osservando e utilizzando la flora alpina, quindi, non permette automaticamente di conoscere la provenienza delle forniture utilizzate oltre un secolo dopo.
Il racconto storico del Braulio nasce certamente dalla conoscenza delle piante di montagna e proprio questo patrimonio botanico ha contribuito a costruire l’identità del prodotto.
Con la crescita della produzione, però, la domanda diventa inevitabile: quanto della filiera botanica originale è rimasto strettamente locale e quanto è stato organizzato su una scala più ampia?
Le informazioni pubblicamente disponibili non permettono di rispondere in modo preciso.
Il Braulio resta un prodotto profondamente legato a Bormio
Dire che non conosciamo con precisione la provenienza geografica di tutte le erbe utilizzate nel Braulio non significa mettere in discussione il suo rapporto con la Valtellina.
Al contrario, Braulio è storicamente un amaro di Bormio, nato dalla cultura erboristica locale e da una ricetta sviluppata nel contesto alpino.
Le sue cantine rappresentano ancora oggi uno degli elementi centrali della sua identità . Sotto il centro storico di Bormio si estendono gli spazi dedicati all’invecchiamento, con numerose botti di rovere e ambienti sotterranei nei quali il prodotto completa una fase fondamentale della sua lavorazione.
Il territorio, quindi, non è semplicemente una scenografia utilizzata per raccontare il prodotto. Bormio fa concretamente parte della storia e dell’identità del Braulio.
Ciò che deve essere trattato con maggiore cautela è un’affermazione molto più specifica: sostenere che tutte le erbe contenute nel Braulio prodotto oggi provengano esclusivamente dalla Valtellina.
Cosa servirebbe per conoscere la vera origine delle erbe?
Per chiarire definitivamente la questione sarebbe necessaria una maggiore trasparenza sulla filiera delle botaniche.
Le domande da porre sarebbero molto semplici: quali delle erbe utilizzate oggi vengono effettivamente raccolte in Valtellina? In quale percentuale? Quali provengono da altre zone? Esistono coltivazioni dedicate? I luoghi di approvvigionamento cambiano in base alla disponibilità delle diverse piante?
Rispondere a queste domande permetterebbe di distinguere definitivamente la storia e l’immagine territoriale del prodotto dalla provenienza concreta delle materie prime.
Fino a quando queste informazioni non vengono rese pubbliche in modo dettagliato, la formulazione più accurata rimane questa: Braulio nasce ed è profondamente radicato in Valtellina, ma l’origine geografica completa di tutte le botaniche utilizzate nella produzione su larga scala non è pubblicamente documentata con sufficiente precisione per poter affermare che siano tutte valtellinesi.
Quindi, da dove arrivano davvero le erbe del Braulio?
La risposta, almeno per il consumatore che cerca informazioni pubblicamente verificabili, è sorprendentemente semplice: non lo sappiamo con precisione.
Sappiamo quali sono alcune delle botaniche più importanti della ricetta. Sappiamo che il Braulio nasce a Bormio e che il suo legame storico con la flora alpina è autentico. Sappiamo inoltre che una parte fondamentale della sua identità produttiva continua a essere collegata alla località valtellinese.
Quello che non sappiamo è da quali territori provenga oggi la totalità delle erbe, delle radici e delle bacche utilizzate per sostenere una produzione su così vasta scala.
Questo non significa che le materie prime arrivino necessariamente da lontano, così come non significa che nessuna venga raccolta in Valtellina. Significa semplicemente che non esistono informazioni pubbliche sufficientemente dettagliate per ricostruire con certezza l’intera filiera.
Ed è proprio qui che nasce la questione più interessante.
Quando acquistiamo un prodotto fortemente associato a un territorio, tendiamo naturalmente a immaginare che anche i suoi ingredienti provengano dallo stesso luogo. Ma non sempre è così, soprattutto quando si parla di produzioni industriali distribuite su mercati molto ampi.
Nel caso del Braulio, quindi, sarebbe scorretto accusare il produttore di utilizzare erbe provenienti da determinate zone senza avere prove. Ma sarebbe altrettanto scorretto dare automaticamente per scontato che milioni di bottiglie vengano prodotte esclusivamente grazie a erbe spontanee raccolte sulle montagne intorno a Bormio.
La conclusione più corretta è quindi una richiesta di maggiore chiarezza: da dove provengono, concretamente, le botaniche che entrano oggi nella ricetta del Braulio?
Una risposta dettagliata permetterebbe di capire quanto della materia prima sia realmente valtellinese e quanto, invece, provenga da una filiera più ampia. Fino ad allora, il Braulio resta indiscutibilmente un amaro nato a Bormio e profondamente legato alla Valtellina, mentre l’origine precisa di tutte le erbe utilizzate per produrlo rimane, almeno in parte, un’informazione non pubblicamente conosciuta.












