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Le piccole Toledo della Valtellina

Toledo

La Valtellina che non ti aspetti: tra queste montagne si produceva il ferro per armi e cannoni come a Toledo

Quando si pensa alla Valtellina, le prime immagini che vengono in mente sono probabilmente vigneti terrazzati, montagne, piste da sci, formaggi, pizzoccheri e piccoli borghi alpini. Eppure tra queste vallate si nasconde una storia molto diversa e decisamente meno conosciuta. Per secoli, infatti, alcune montagne valtellinesi furono scavate alla ricerca del ferro, mentre nelle valli funzionavano forni, fucine e grandi impianti destinati a trasformare il minerale. Una parte di quel metallo finì anche nella produzione di armi, fino ad arrivare, nell’Ottocento, alla fabbricazione di cannoni. Due territori raccontano particolarmente bene questo passato: Valdidentro, nell’Alta Valtellina, e la Valgerola, sulle Orobie valtellinesi. Sono due luoghi molto distanti tra loro e protagonisti in epoche differenti, ma accomunati da una risorsa che per secoli ebbe un enorme valore economico e strategico: il ferro.

Valdidentro, quando l’Alta Valtellina viveva di ferro

La storia siderurgica dell’Alta Valtellina non comincia con le grandi industrie dell’Ottocento. È molto più antica. Nel territorio del Bormiese la presenza di attività legate alla lavorazione del ferro è documentata già nel Medioevo, con testimonianze di forni che risalgono almeno alla fine del XIII secolo. Non è difficile capire perché proprio queste montagne abbiano attirato per così tanto tempo l’attenzione di minatori, imprenditori e autorità: nelle vallate dell’Alta Valtellina erano disponibili vene di minerale ferroso, boschi dai quali ottenere il carbone necessario ai processi di fusione e corsi d’acqua utilizzabili come forza motrice. Era, in altre parole, un territorio che possedeva molte delle risorse indispensabili alla siderurgia preindustriale.

Il salto di scala arrivò però nell’Ottocento. A Premadio, nel territorio di Valdidentro, sorse quello che ancora oggi rappresenta uno degli esempi più interessanti di archeologia industriale dell’Alta Valtellina: le Ferriere Corneliani. La ditta Corneliani di Milano ottenne la concessione per lo sfruttamento delle miniere e nel 1852 avviò la realizzazione di moderni impianti destinati alla fusione e alla lavorazione del ferro e della ghisa. Il complesso era ben lontano dall’immagine romantica della piccola fucina di montagna: disponeva di forni, grandi magli, officine e strutture produttive capaci di trasformare quantità considerevoli di minerale.

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La materia prima proveniva soprattutto dalle aree minerarie di Pedenolo e della Val Zebrù, a quote che rendevano l’estrazione e soprattutto il trasporto estremamente impegnativi. Nonostante le difficoltà logistiche, nel periodo di maggiore attività le ferriere arrivarono a lavorare fino a circa 15 tonnellate di minerale al giorno. Intorno alla produzione gravitavano centinaia di persone, coinvolte non soltanto nella fusione, ma anche nelle miniere, nel taglio della legna, nella produzione del carbone e nel trasporto.

Ed è qui che la storia diventa ancora più sorprendente. La documentazione relativa alle Ferriere Corneliani testimonia infatti un accordo con il Ministero della Guerra per la produzione di armi e soprattutto di cannoni. In una valle che oggi richiama visitatori per terme, natura, ciclismo e sport invernali, esisteva dunque un’attività siderurgica collegata direttamente alle esigenze militari dello Stato.

L’esperienza industriale ebbe tuttavia vita relativamente breve. Dopo poco più di vent’anni, nel 1875, l’attività fusoria venne sospesa. La crescente concorrenza di altri poli industriali e il progressivo impoverimento delle risorse boschive necessarie alla produzione di carbone contribuirono a rendere sempre meno conveniente un’attività che, in un ambiente alpino, doveva fare i conti anche con enormi difficoltà di trasporto. Quello che rimane oggi delle Ferriere di Premadio racconta quindi una pagina poco conosciuta della trasformazione industriale della montagna lombarda.

Valgerola, il ferro delle Orobie che arrivava alle armi di Milano

Per trovare l’altro grande capitolo di questa storia bisogna spostarsi dalla parte opposta della provincia di Sondrio, verso la Valgerola e le montagne che circondano Gerola Alta. Qui il rapporto tra uomo e ferro affonda le proprie radici ancora più indietro nel tempo. L’attività estrattiva è ben documentata almeno dal Trecento, anche se la frequentazione delle montagne alla ricerca del minerale potrebbe avere origini precedenti.

Le principali aree minerarie erano concentrate soprattutto nella zona di Pescegallo e in quella compresa tra Trona e Lago Inferno. Ancora oggi la toponomastica conserva tracce eloquenti di questa storia: alcune montagne della zona di Pescegallo erano tradizionalmente chiamate Ferèri, un nome che rimanda direttamente alle ferriere e alla presenza del minerale. Sulle montagne si trovavano miniere, scavi e piccoli forni utilizzati per una prima lavorazione; il materiale veniva poi trasportato verso il fondovalle, dove operavano forni fusori di maggiori dimensioni.

La posizione della Valgerola era inoltre strategica. I collegamenti attraverso le Orobie permettevano rapporti con la Valsassina, la Val Varrone e le valli bergamasche, territori che possedevano a loro volta una fortissima tradizione mineraria e metallurgica. Non si trattava quindi di un’attività isolata, ma di un tassello di un più vasto sistema economico alpino basato sull’estrazione, sulla lavorazione e sul commercio del ferro.

Quando Gerola entrò nell’orbita della Signoria dei Visconti, il ferro della valle acquistò anche un’importanza militare. Milano era uno dei maggiori centri europei nella produzione di armature e manufatti bellici e il minerale estratto dalla Valgerola contribuiva ad alimentare questo sistema produttivo. Il ferro proveniente dalle montagne veniva lavorato e poteva essere utilizzato nelle fucine milanesi per realizzare spade, picche, alabarde e corazze.

Un dettaglio permette di capire quanto fossero sviluppate le conoscenze metallurgiche maturate in queste montagne. Alla fine del Quattrocento i mastri da forno della Valgerola avevano raggiunto una reputazione tale da essere richiesti anche lontano dalla Valtellina. Nel 1497 Jacopo Tachetto, maestro originario di Gerola, venne chiamato da Alfonso I d’Este per costruire un forno per il ferro a Fornovolasco, in Garfagnana. Non erano dunque soltanto il minerale e il metallo a viaggiare: circolavano anche competenze tecniche altamente specializzate.

L’attività mineraria e siderurgica della Valgerola continuò per secoli, fino a entrare progressivamente in crisi. Anche qui uno dei problemi fondamentali era rappresentato dall’enorme quantità di legname necessaria per produrre il carbone destinato ai forni. Lo sfruttamento intensivo dei boschi finì per rendere sempre più difficile mantenere il sistema e nel corso del Settecento l’antica economia del ferro perse gradualmente la propria importanza.

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Valdidentro e Valgerola, in parte come a Toledo, raccontano due epoche differenti della stessa storia. In Valgerola emerge soprattutto il mondo medievale e rinascimentale delle miniere, dei mastri da forno e del ferro destinato anche alle celebri manifatture militari milanesi. A Premadio, invece, troviamo la fase industriale ottocentesca, con grandi impianti, centinaia di lavoratori e perfino commesse legate alla produzione di cannoni.

Sarebbe però sbagliato pensare che queste fossero le uniche zone della Valtellina nelle quali si lavorava il ferro. La siderurgia interessò un territorio più ampio e possiede radici antichissime soprattutto nel Bormiese. Valdidentro e Valgerola sono piuttosto due dei casi più affascinanti per comprendere quanto il ferro abbia inciso sulla storia economica e sociale delle montagne valtellinesi.

Dietro questa attività c’era infatti un’intera economia. Le piccole Toledo servivano minatori capaci di individuare e seguire le vene ferrose, uomini incaricati di trasportare il minerale lungo percorsi difficili, boscaioli, carbonai, fonditori, fabbri e artigiani specializzati. Una miniera non trasformava soltanto una montagna: poteva condizionare l’esistenza di un’intera comunità. Persino i boschi diventavano parte del sistema industriale, perché senza carbone vegetale i forni non potevano raggiungere le temperature necessarie alla lavorazione.

Oggi quel mondo è quasi completamente scomparso e proprio per questo risulta difficile immaginare il rumore dei magli, il calore dei forni e il continuo movimento di uomini e materiali che un tempo caratterizzavano alcune di queste vallate. Restano però edifici, documenti, antichi siti minerari, toponimi e percorsi che permettono di ricostruirne la memoria.

Ed è forse questo l’aspetto più affascinante della storia delle piccole Toledo. Le stesse montagne che oggi osserviamo come paesaggi naturali erano un tempo luoghi di produzione, attraversati da lavoratori che cercavano nel sottosuolo una delle materie prime più preziose dell’epoca.

La prossima volta che si attraversano Valdidentro o la Valgerola, quindi, vale la pena guardare quelle montagne con occhi diversi. Perché dietro l’immagine della Valtellina turistica esiste un passato fatto di miniere, fuoco e ferro. E una parte di quel ferro, secoli fa, diventava armi, armature e perfino cannoni come a Toledo.

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