Hai trovato dei vecchi gettoni italiani? Prima di venderli controlla questi dettagli
Ritrovare dei vecchi gettoni italiani in un cassetto, in una scatola appartenuta ai nonni o insieme alle vecchie lire può far nascere immediatamente una domanda: quanto valgono oggi i gettoni telefonici italiani?
La risposta è meno scontata di quanto sembri.
Non tutti i gettoni sono rari e, soprattutto, non tutti valgono le cifre elevate che a volte vengono associate a questi oggetti online.
Alcuni esemplari sono stati prodotti in quantità enormi e risultano ancora oggi relativamente comuni. Altri, invece, appartengono a periodi, società telefoniche o produzioni decisamente più interessanti per i collezionisti.
Prima di pensare alla vendita, quindi, conviene osservare attentamente il gettone.
Uno dei primi elementi da controllare è il numero di quattro cifre presente su molti gettoni telefonici.
Non si tratta semplicemente di un numero seriale.
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Nei classici gettoni prodotti nella seconda metà del Novecento, il codice viene generalmente letto secondo lo schema AAMM, dove le prime due cifre indicano l’anno e le ultime due il mese di produzione.
Un gettone con codice 7607, per esempio, corrisponde normalmente a luglio 1976.
Questo significa che trovare una data particolare può essere utile per identificare correttamente il pezzo, ma attenzione: la data da sola non rende raro un gettone.
Bisogna verificare anche il produttore, la variante, le caratteristiche delle scritte, le scanalature, eventuali anomalie e soprattutto lo stato di conservazione.
Su diversi esemplari possono inoltre comparire sigle riconducibili agli stabilimenti produttivi, tra cui ESM, IPM, UT e CMM.
Per un collezionista questi piccoli dettagli possono fare una grande differenza.
C’è poi un’altra distinzione fondamentale.
I gettoni SIP che molti italiani ricordano dagli anni Settanta e Ottanta non rappresentano tutta la storia del gettone telefonico.
Esistono infatti esemplari molto più antichi, collegati alle società che gestivano la telefonia nelle diverse zone d’Italia prima dell’unificazione del sistema.
Tra queste troviamo STIPEL, TETI, TELVE, TIMO e SET.
È proprio tra le produzioni più antiche e meno comuni che può diventare particolarmente interessante approfondire l’identificazione.
La regola, quindi, è semplice: prima di vendere un gettone italiano, bisogna capire esattamente che cosa si possiede.
Una data insolita o una caratteristica apparentemente strana non sono sufficienti per parlare di rarità.
Il primo gettone telefonico italiano risale al 1927: ecco come è iniziata la sua storia
Per capire perché alcuni gettoni italiani attirino ancora oggi l’attenzione dei collezionisti bisogna tornare indietro di quasi un secolo.
Uno dei passaggi fondamentali avvenne nel 1927, quando la STIPEL, la Società Telefonica Interregionale Piemontese e Lombarda, realizzò un gettone destinato alla Fiera Campionaria di Milano.
Era un mondo completamente diverso da quello attuale.
Non esistevano smartphone, messaggi istantanei o chiamate via Internet e persino avere un telefono privato in casa non era qualcosa di scontato.
Quei primi gettoni erano inoltre molto differenti dal classico oggetto che milioni di italiani avrebbero imparato a conoscere nei decenni successivi.
L’evoluzione continuò nel dopoguerra.
Nel 1945, la TETI introdusse un gettone caratterizzato da tre scanalature e destinato all’utilizzo con telefoni pubblici.
Ma è soprattutto dal 1959 che prende forma il gettone telefonico diventato un’autentica icona italiana.
Il design era immediatamente riconoscibile: forma circolare, scanalature, scritte e un codice numerico che permetteva di individuare il periodo di produzione.
Da quel momento i gettoni telefonici italiani entrarono stabilmente nella vita quotidiana.
Venivano conservati nei portafogli, acquistati nei bar, nelle tabaccherie e in altri punti vendita e utilizzati per telefonare dalle cabine pubbliche.
Nel frattempo il sistema telefonico italiano stava cambiando.
Per molti anni il territorio era stato gestito attraverso diverse concessionarie: STIPEL, TELVE, TIMO, TETI e SET.
Nel 1964 queste realtà confluirono nella SIP, dando vita a una nuova fase della telefonia italiana.
Anche il valore d’uso del gettone cambiò nel corso degli anni.
Il gettone moderno corrispondeva a 30 lire nel 1959, salì a 45 lire nel 1964, a 50 lire nel 1972, raggiunse 100 lire nel 1980 e arrivò a 200 lire dal 1984.
Ed è qui che nasce una delle caratteristiche più curiose dei gettoni italiani.
Pur non essendo monete aventi corso legale, nella vita quotidiana potevano assumere una funzione molto simile al denaro.
Il gettone aveva un valore conosciuto praticamente da tutti e diventò così familiare da trasformarsi in uno dei simboli dell’Italia del Novecento.
Oggi questo passato rende particolarmente affascinanti gli esemplari sopravvissuti.
Non sono semplicemente piccoli dischi metallici: raccontano come comunicavano gli italiani prima dell’arrivo dei telefoni cellulari.
Gettoni italiani rari: il numero impresso può aiutare, ma non basta per stabilire il valore
Uno degli errori più frequenti quando si cercano informazioni sui gettoni italiani rari consiste nel concentrarsi esclusivamente sulle quattro cifre presenti sul gettone.
È comprensibile.
Quel numero è immediatamente visibile e può sembrare una sorta di codice della rarità.
In realtà serve principalmente a identificare il periodo di produzione.
Prendiamo ancora una volta il codice 7607.
Le prime due cifre, 76, rimandano al 1976, mentre 07 indica luglio.
Lo stesso principio permette di interpretare molti altri codici.
Un esemplare 7805, per esempio, rimanda normalmente a maggio 1978.
Ma questo non significa che tutti i gettoni con un determinato codice abbiano automaticamente un valore elevato.
Per capire se ci troviamo davanti a un pezzo interessante bisogna considerare diversi fattori contemporaneamente.
La rarità effettiva è uno dei più importanti.
Un gettone prodotto in quantità molto elevate e facilmente reperibile sul mercato avrà normalmente meno interesse economico rispetto a una variante difficile da trovare.
Conta poi lo stato di conservazione.
Un esemplare con rilievi ancora ben leggibili, superficie in buone condizioni e pochi segni di circolazione può risultare più desiderabile dello stesso tipo di gettone fortemente consumato o danneggiato.
Un altro elemento riguarda il produttore.
Sigle come ESM, IPM, UT e CMM possono aiutare a distinguere produzioni e varianti.
Anche la posizione delle scritte, i caratteri, le scanalature e altre caratteristiche fisiche possono essere importanti durante una classificazione specialistica.
Particolare attenzione meritano poi i presunti errori di produzione.
Sul web capita spesso di vedere oggetti definiti “rarissimi” soltanto perché presentano una scritta apparentemente diversa, un’incisione anomala o una superficie irregolare.
Non sempre, però, ci troviamo davanti a un vero errore.
Usura, urti, ossidazione e danneggiamenti successivi alla produzione possono essere facilmente confusi con varianti rare.
Prima di attribuire un valore importante a un’anomalia è quindi opportuno confrontare il pezzo con esemplari catalogati o richiedere una valutazione professionale.
E c’è una cosa che sarebbe meglio non fare.
Non lucidare aggressivamente il gettone.
Una pulizia abrasiva può modificare la superficie originale, creare micrograffi e ridurre l’interesse collezionistico del pezzo.
Se pensi di avere trovato un gettone particolare, conservalo nelle condizioni attuali fino a quando non sarà stato identificato correttamente.
Quanto valgono oggi i gettoni italiani? Attenzione ai prezzi che si vedono online
Basta cercare “valore gettoni italiani” per imbattersi in prezzi estremamente differenti.
Un esemplare può essere proposto per pochi euro mentre un altro apparentemente simile viene pubblicizzato a centinaia o addirittura migliaia.
Questo può creare molta confusione.
Il punto fondamentale da ricordare è che il prezzo richiesto da un venditore non corrisponde necessariamente al valore reale di mercato.
Chiunque può pubblicare un annuncio scegliendo liberamente una cifra.
Questo non significa che qualcuno abbia effettivamente acquistato il gettone a quel prezzo.
Per ottenere una stima più attendibile è molto più utile analizzare vendite realmente concluse, risultati d’asta, cataloghi specializzati e valutazioni di operatori numismatici.
I gettoni telefonici più comuni della seconda metà del Novecento sono stati prodotti e utilizzati in grandi quantità.
Di conseguenza, il semplice fatto che un gettone abbia cinquant’anni non significa automaticamente che sia raro.
La situazione può diventare differente quando si incontrano emissioni più antiche, varianti documentate, produzioni limitate o esemplari appartenenti alle prime società telefoniche italiane.
I nomi STIPEL, TETI, TIMO, TELVE e SET meritano quindi particolare attenzione quando compaiono su vecchi gettoni.
Anche in questo caso, però, non bisogna saltare direttamente alle conclusioni.
La presenza di una determinata società non garantisce da sola un prezzo elevato.
Occorre identificare l’esatta emissione, l’anno, la tipologia e la conservazione.
Se un gettone sembra potenzialmente interessante, una buona procedura consiste nel fotografare chiaramente entrambe le facce, annotare peso e diametro e confrontare questi elementi con cataloghi e archivi specializzati.
Per gli esemplari potenzialmente più importanti è consigliabile rivolgersi a un professionista.
In altre parole, se trovi una scatola piena di vecchi gettoni, non dare per scontato né che valgano una fortuna né che non valgano nulla.
La corretta identificazione viene sempre prima della valutazione economica.
STIPEL, TETI, TIMO, TELVE e SET: i nomi da conoscere quando si controlla un vecchio gettone
Chi vuole iniziare a riconoscere i gettoni telefonici italiani da collezione dovrebbe familiarizzare con alcune sigle storiche.
Prima della nascita della SIP, infatti, il servizio telefonico italiano era suddiviso territorialmente tra differenti concessionarie.
Tra le più importanti troviamo STIPEL, TELVE, TIMO, TETI e SET.
Queste società rappresentano un capitolo fondamentale della storia delle telecomunicazioni italiane e le loro produzioni permettono oggi di ricostruire un’epoca nella quale il sistema telefonico era molto diverso da quello che sarebbe nato successivamente.
La STIPEL è particolarmente importante anche per il suo collegamento con il gettone realizzato nel 1927 per la Fiera Campionaria di Milano.
La TETI, invece, è associata alla diffusione nel dopoguerra di un modello a tre scanalature.
Nel 1964, le cinque concessionarie confluirono nella SIP.
Da quel momento il gettone telefonico entrò nella fase che molti ricordano personalmente.
Per chi possiede una piccola collezione ereditata, questa distinzione cronologica può essere estremamente utile.
Un conto è trovarsi davanti a un comune esemplare prodotto negli anni Settanta; un altro è identificare un gettone appartenente alle produzioni più antiche della telefonia italiana.
La data rimane quindi importante, ma deve essere interpretata insieme a tutte le altre caratteristiche.
Proprio per questo il collezionismo dei gettoni può diventare sorprendentemente articolato.
Si può iniziare raccogliendo i diversi codici cronologici e poi passare alle varianti di produttore, alle società telefoniche storiche e alle emissioni precedenti alla standardizzazione.
In questo modo quello che inizialmente sembrava soltanto un gruppo di vecchi oggetti può trasformarsi in una raccolta capace di raccontare decenni di evoluzione tecnologica italiana.
Perché i vecchi gettoni telefonici stanno tornando interessanti per i collezionisti
C’è infine un elemento che rende i gettoni italiani particolarmente affascinanti anche per chi non ha mai collezionato monete.
Sono oggetti che provocano immediatamente un ricordo.
Per chi ha vissuto l’epoca delle cabine telefoniche, vedere un gettone significa ricordare un modo di comunicare ormai completamente scomparso.
Bisognava uscire di casa, trovare un telefono pubblico, avere abbastanza gettoni e spesso fare i conti con una conversazione che non poteva durare troppo.
Oggi tutto questo sembra lontanissimo.
Uno smartphone permette di telefonare, inviare messaggi, fare videochiamate e comunicare praticamente da qualsiasi luogo.
È proprio questa enorme trasformazione tecnologica ad aver dato ai vecchi gettoni un nuovo significato.
Un oggetto che un tempo era comunissimo oggi è diventato una testimonianza materiale di un’epoca.
La produzione del classico gettone telefonico terminò nel 1980, anche se gli esemplari già esistenti continuarono a essere utilizzati negli anni successivi.
Progressivamente furono le schede telefoniche a prendere il loro posto, prima che la diffusione dei cellulari rendesse sempre meno importanti le cabine pubbliche.
Per questo conservare una raccolta di gettoni significa conservare anche un piccolo archivio della storia italiana.
Chi vuole iniziare a collezionarli può organizzarli per anno, mese, produttore, società telefonica e variante, registrando per ogni pezzo le informazioni disponibili.
Fotografare fronte e retro e annotare peso, diametro e provenienza permette inoltre di costruire nel tempo un catalogo personale molto utile.
E se tra i gettoni di famiglia compare qualcosa di insolito?
La scelta migliore è non pulirlo, non modificarlo e non venderlo frettolosamente.
Prima bisogna identificarlo.
Perché la maggior parte dei vecchi gettoni può avere soprattutto un valore storico o affettivo, ma alcune tipologie meritano verifiche più approfondite.
Ed è forse questo il bello del collezionismo: dietro un piccolo disco di metallo dimenticato per decenni in un cassetto potrebbe nascondersi un frammento della storia delle telecomunicazioni italiane.










