Dicembre 4, 2022 14:56

In discussione il principio di rinnovabilità delle biomasse?

Riceviamo e pubblichiamo il contributo ricevuto da Luca Nonini, un ricercatore dell’Università di Milano che si occupa di energetica in agricoltura e fonti rinnovabili, in particolare biomasse legnose.

L’intervento vuole fornire un contributo informativo sull’impiego della biomassa legnosa come fonte energetica, in particolare su concetti dati per corretti fino a pochi anni fa, ma ora molto dibattuti scientificamente e politicamente.

La questione relativa all’impiego di biomasse forestali per fini energetici (e relativi benefici ambientali) è ampiamente dibattuta a livello sia politico, sia scientifico.
Fino a qualche anno fa era valido il concetto della “neutralità del carbonio” (UNFCCC e Protocollo di Kyoto, principale strumento operativo della UNFCCC), secondo il quale la combustione della biomassa è neutra dal punto di vista delle emissioni di CO2: la CO2 emessa è esattamente quella che la pianta ha assorbito in precedenza durante la crescita, e ciò non causa emissioni aggiuntive in atmosfera. Questo concetto è vero (è un bilancio di massa) e continua a rimanere valido per colture agrarie che hanno un ciclo di vita annuale: bruciando la coltura, si immette in atmosfera la CO2 che la coltura stessa ha assorbito l’anno precedente e – in ogni caso – la CO2 emessa è riassorbita dopo un anno da parte di una nuova coltura che intanto è cresciuta. Il ciclo è chiuso.

Combustione neutra o illegale della legna allo stato naturale

eliminare cenere spenta Nel caso di biomasse forestali (in riferimento specificatamente all’uso del solo tronco per fini energetici) la questione è diversa. Oltre alla CO2 biogenica (cioè quella naturalmente prodotta dagli ecosistemi), nell’atmosfera è presente anche CO2 antropica. Questo vale anche per il ragionamento di prima (coltura agraria), ma le biomasse forestali non hanno cicli di vita annuali, bensì di anni/decenni. Questo significa che la CO2 emessa dalla combustione viene riassorbita solo quando (e se) nuove piante cresceranno e raggiungeranno il potenziale di assorbimento di CO2 delle piante tagliate anni/decenni prima (La questione potrebbe essere affrontata mettendo a dimora nuovi alberi in sostituzione di quelli tagliati, ma in Italia – a differenza ad esempio di altri Paesi europei, come quelli scandinavi – questa pratica viene poco adottata).

Questo ha portato numerosi scienziati a mettere anche in discussione il principio di “rinnovabilità” delle biomasse: è vero che il bosco si rinnova, ma i tempi sono poco compatibili con quelli delle attività umane. Questo è un concetto su cui la comunità scientifica sta discutendo parecchio e cioè guardare non più il passato, ma il futuro, in cui la situazione è questa: CO2 emessa continuativamente da attività antropiche (e da combustione) ma “ritardo” di anni/decenni nel suo assorbimento. Inoltre, per unità di kWh prodotto si emette più CO2 bruciando biomassa piuttosto che combustibili fossili, ma questa è una conseguenza diretta della composizione chimica della biomassa stessa (cioè minore densità energetica). Questo è però un altro aspetto che ha portato diversi scienziati a sostenere che nel breve periodo la combustione di biomassa causa un “forcing radiativo” e un aumento dell’effetto serra, a tal punto da mettere addirittura in discussione l’inclusione delle biomasse nella Renewable Energy Directive (RED) introdotta nel 2009.

Questi ragionamenti valgono nel caso di uso energetico di fusti interi che sono importanti “pozzi” di carbonio: a fronte delle emissioni di CO2 in atmosfera vi è anche una perdita netta istantanea di C all’interno del bosco, con conseguente perdita di biodiversità e valore ecologico. Se invece la produzione energetica riguarda i residui (uso a cascata del legno, ampiamente promosso come pratica di gestione forestale sostenibile) – cioè biomassa che se lasciata in foresta si decompone molto più velocemente – allora il “ritardo” nell’assorbimento della CO2 emessa è di pochi anni e i benefici netti sul clima sono considerevolmente più elevati.
Indipendentemente da ciò, è indubbiamente vero che l’impiego di biomasse forestali in sostituzione di fonti fossili (secondo i criteri cardine della gestione forestale sostenibile (vale a dire prelievi legnosi mai superiori – salvo rari casi da valutare caso per caso – all’incremento netto del bosco) può contribuire a mitigare il cambiamento climatico e ad affrontare la “crisi climatica”, che oggi più che mai ha raggiunto livelli allarmanti sotto diversi punti di vista.
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