Giosuè Carducci cittadino onorario di Madesimo dal 1901

giosuè carducci madesimo Per le vacanze estive, Giosuè Carducci, primo premio Nobel italiano per la letteratura (1906), soggiornò ripetutamente a Madesimo, in alta Valle Spluga, per 17 anni (1888-1905) nella baita in centro paese, che, oggi, ha lasciato spazio ad altri edifici. Ricevendone la cittadinanza onoraria nel 1901, quando il consiglio comunale di Isolato, come si chiamava allora il Comune di Madesimo, deliberava all’unanimità il conferimento della cittadinanza onoraria al poeta più famoso d’Italia. La pergamena della cittadinanza onoraria fu consegnata al poeta nel giardino della villa Adele, nel pomeriggio di domenica 18 agosto 1901, tra discorsi, musica, sparo di mortaretti e fiori di montagna offertigli dai bambini. Alla sera un gran ballo fu organizzato nel salone dei cristalli del Grande Albergo.
A Madesimo e alla valle, Carducci dedicò “A una bottiglia di Valtellina del 1884” (in “Odi barbare”), “Elegia del Montespluga” e “Sant’ Abbondio” (in “Rime e ritmi”).
ELEGIA DEL MONTE SPLUGA
No, forme non eran d’aer colorato né piante
garrule e mosse al vento: ninfe eran tutte e dee.
E quale iva salendo volubile e cerula come
velata emerse Teti da l’Egeo grande a Giove:
e qual balzava da la palpitante scorza de’ pini
rosea, l’agil donando florida chioma a l’aure:
e qual da la cintura d’in cima a’ ghiacci diasprati
sciogliea, nastri d’argento, le cascatelle allegre.
Sola in vett’a un gran masso di quarzo brillante al meriggio
in disparte sedevi, Lorely pellegrina:
solcavi l’aurea chioma con l’aureo pettine, lunga
la chioma iva per l’alpe, vi ridea dentro il sole.
In un tempio a larghe ombre di larici acuti le Fate
stavan, occhi fiammanti ne la gemma de’ visi:
serti di quercia al crine su le nere clamidi nero,
scettri avean d’oro in mano: riguardavano me.
-Orco umano, che sali da’ piani fumanti di tedio,
noi la ti demmo: aveva gli occhi color del mare.
Or tu ne vieni solo. Che festi di nostra sorella?
L’hai divorata?- E fise riguardavan pur me.
-No, temibili Fate, no, soavi ninfe, lo giuro:
ella è volata fuori de la veduta mia.
Ma la sua forma vive, ma palpita l’alma sua vita
ne le mie vene, in cima de la mia mente siede.
Con la imagine sua dinanzi da gli occhi tuttora
che mi arde, con la voce che dentro il cor mi ammalia,
suono di primavera su ‘l tepido aprile dormente,erro
soletto il mondo, tutto di lei l’impronto.
Ecco, voi Fate e ninfe, paretemi, e siete, lei sola:
anzi in mia visïone v’ho create io di lei.
Ma ella dove esiste?- Lamenti scoppiarono, e via
sparver le ninfe in aria, via sotterra le Fate.
E vidi su gli abeti danzar li scoiattoli, e udii
sprigionate co’ musi le marmotte fischiare.
E mi trovai soletto là dove perdevasi un piano
brullo tra calve rupi: quasi un anfiteatro
ove elementi un giorno lottarono e secoli. Or tace
tutto: da’ pigri stagni pigro si svolve un fiume:
erran cavalli magri su le magre acque: aconíto,
perfido azzurro fiore, veste la grigia riva.
Spluga, 1-4 settembre 1896
Fonte: Consorzio Turistico Valchiavenna
Consorzio Turistico Madesimo


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